

“E come avremmo potuto festeggiare con il piede straniero sopra il cuore, fra le migliaia di morti israeliane abbandonate nelle strade, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero del padre che va alla ricerca della figlia rapita. Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento”.
Potrebbe essere una parafrasi dell’immortale poesia di Salvatore Quasimodo Alle fronde dei salici, a rendere l’idea dello stato d’animo con cui si è arrivati a quella che avrebbe dovuto essere la “Festa del libro ebraico”, che però, come spiegato dal direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto, si è trasformata in una mera rassegna. «Dopo un primo momento di sgomento davanti a quanto stava accadendo alle porte di casa nostra, abbiamo preso la decisione di confermare questa manifestazione, anche se non la chiameremo festa. Perché, se da un lato ci siamo detti che non c’era nulla da festeggiare, dall’altro siamo stati subito convinti che cancellarla sarebbe equivalso a perdere un’occasione. Il nostro obiettivo è quello di far conoscere ed educare attraverso i fatti del presente e del passato».

Una rassegna macchiata dal sangue. Per i pochi, se mai ci fossero, che si siano persi quanto avvenuto in questi giorni eccovene una breve sintesi. La mattina di sabato 7 ottobre, all’alba, il gruppo radicale palestinese Hamas, che governa la Striscia di Gaza, ha iniziato una complessa operazione contro Israele. La parte più efficace dell’attacco è stata quella partita via terra, nella quale sono stati uccise più di 1.400 persone e oltre 150 sono state prese in ostaggio tra civili e militari israeliani. Le cose che colpiscono maggiormente sono l’efferatezza e la crudeltà con cui sono state commesse le esecuzioni nei kibbutz israeliani. Hanno cominciato a sparare a chiunque passasse per strada e sono entrati casa per casa uccidendo donne, anziani e bambini. La strage più grande è quella avvenuta al festival Supernova, un rave party organizzato nel sud di Israele, dove per ore i miliziani di Hamas hanno inseguito le persone che cercavano di fuggire, uccidendole oppure rapendole.
Con queste immagini che balzavano ancora fresche in mente, si è aperta la quattordicesima edizione della rassegna ferrarese, cominciata con un minuto di silenzio in ricordo delle vittime. «La nostra è stata una decisione sofferta», dice Dario Disegni, Presidente del Meis «Il museo è nato con lo spirito di raccontare gli oltre 2.200 anni di presenza ebraica in Italia; perciò, occorre che rimanga un luogo aperto alla riflessione, alla discussione e al dialogo tra le diverse culture. Quindi, non potevamo rinunciare al nostro ruolo, proprio in un momento così difficile». L’edizione dal titolo La Storia, le storie, affronta l’intreccio tra la grande Storia e le vite individuali, come sottolinea lo stesso Disegni: «La loro conoscenza rappresenta l’unico antidoto di cui abbiamo bisogno contro il pregiudizio, che sta poi alla base dell’ignoranza». Per questo motivo si è avvertita la necessità di una risposta che fosse soprattutto culturale e ne è la dimostrazione l’edizione andata in scena per quattro giorni, dal giovedì alla domenica sul palco del MEIS, in cui si sono succeduti storici, romanzieri, psicologi, giornalisti e direttori dei musei.

Tanti sono stati i momenti delicati e preziosi al tempo stesso, come l’incontro che si è svolto il venerdì mattina con gli studenti delle scuole, in occasione degli ottant’anni dalla razzia del ghetto di Roma, datato 16 ottobre 1943, in cui sono state raccontate le varie tappe della Shoah italiana. Oltre all’educazione, anche tanta narrativa, che ha fatto tappa a Ferrara, infatti, attraverso un viaggio rocambolesco di una donna coraggiosissima e molto scaltra, come Gracia Nasi, viene perfettamente raccontata da Edgarda Ferri all’interno del suo libro “L’ebrea errante”, per poi spostarci all’interno del ghetto ebraico cittadino con il thriller “Il pozzo delle anime” di Marcello Simoni.
La domenica il piatto forte della rassegna non poteva non cominciare da uno che di cucina se ne intende come Chef Ruben Bondì, il cuoco ebreo romano spopolato sui social a colpi di: “Ahò!! Che te vò magnà?”, un simpatico ritornello ripetuto all’inizio dei suoi video che gli ha fatto conquistare il pubblico. Presente all’evento con il suo di libro, “Cucina con Ruben” in cui ha approfondito i temi e i segreti della cucina giudaico-romanesca.
Nel pomeriggio, la rassegna si è poi spostata verso Oriente, con il sole e le temperature che ancora, per poco, si mantenevano intatte. Il viaggio passa attraverso il romanzo autobiografico “La casa sul Nilo” di Denise Pardo, in cui narra di un tempo sospeso nel vuoto, in cui le famiglie di estrazione ebraica vivevano in Egitto a stretto contatto con altre culture. Finché non sale al potere Nasser, cambiando in pochi anni le regole del gioco, ma anche della convivenza civile. Frutto di quel nazionalismo islamico, che inserito all’interno della società, fa cambiare la percezione degli stranieri e l’intolleranza si fa dogma. Questo sentimento, che via via si fa sempre più forte, spinge fino a una partenza precipitosa quella per l’Italia nel 1961. Un abbandono doloroso, straniante, figlio di un mondo cambiato senza ragione. Quella convivenza voleva dire maggior controllo della parola, ma anche un più fine rispetto dell’altrui diversità. Una tolleranza che secondo l’autrice si può continuare a nutrire: «Bisogna parlare di questo tempo e di quello che è stato, per poter lottare nell’ottica di un mondo migliore, senza arrenderci, perché un futuro di convivenza può ancora esserci».
Insieme al libro della scrittrice Pardo, presentata anche la graphic novel di BeneDì “Il racconto della roccia”, ambientato in un altro luogo lontano nel tempo, come lo Yemen dell’inizio novecento, in cui la convivenza tra mille difficoltà riusciva a resistere. Terminate le storie orientali, ecco, che sul giardino del MEIS scompare anche il sole e iniziano a soffiare forti venti freddi, che spingono la rassegna a spostarsi all’interno del museo. Il pomeriggio prosegue con la presentazione di altri due libri, uniti dal racconto del rapporto tra ebrei italiani e fascismo a partire dalle storie familiari. In particolare, la prima raccontata da Paolo Salom “Un ebreo in camicia nera”, è la storia del padre dell’autore che a causa di varie vicissitudini da giovane ebreo si trovò a indossare la camicia nera per sfuggire alla morte. «Una storia raccontata per necessità, come una liberazione, arrivata dopo i troppi non detti familiari», afferma Salom, «mio padre all’epoca era nient’altro che un adolescente, quindi, non gli faccio una colpa di averle provate tutte pur di mettere in salvo la propria vita, anche indossando la camicia nera. Questo libro rappresenta il punto fermo, per restituirgli un po’ di sollievo alla sua vergogna, il fatto che non fosse colpa sua e perché gli volevo bene». A proposito di storie di famiglia, Micol Sarfatti era soltanto una bambina quando si è trovata davanti a un volume di una sua celebre antenata Margerita Sarfatti, una donna brillante pioniera nel mondo del giornalismo e in particolare in quello dell’arte. Fu nota alle cronache per essere stata l’amante di Mussolini, di cui ne influenzò la politica del primo fascismo e questa colpa non gli fu mai perdonata, venendo messa nell’oblio per diverso tempo. Anche per questo motivo nasce la voglia di scrivere il libro “Margherita Sarfatti”, un modo per restituirle un po’ di luce e tributarle il giusto onore.
L’ironia della sorte vuole che delle volte certi finali siano già scritti, per questo non occorre faticare più di tanto a dover pensare a qualcosa, ma basta affidarsi al romanzo di Cinzia Leone “Vieni tu giorno nella notte”. Un libro il cui titolo è rubato dalla tragedia di Shakespeare Giulietta e Romeo, che racconta dell’amore tra due ragazzi omosessuali uno israeliano e l’altro palestinese e che proprio come nella tragedia inglese, sarebbe bello ricordarsi solo degli innamorati e non dei motivi per cui erano distanti le famiglie. Accade che un giorno, mentre Arièl Anav stava svolgendo il servizio militare in Israele, rimane vittima di un attentato kamikaze. Il libro ripercorre la storia in ventotto giorni, partendo dalla morte, ma correndo verso la vita.

Nel raccontare il libro, al fianco dell’autrice ci sono due figure di spicco come il Direttore di Repubblica Maurizio Molinari e Andrée Ruth Shammah, anima del Teatro Franco Parenti di Milano. «C’è bisogno di sogni, in un momento come questo, con la verità feroce che ci morde, la letteratura ci racconta le bugie di cui abbiamo disperatamente necessità», tuona Andrée Ruth Shammah, «l’amore tra questi due ragazzi, che appartengono a dei mondi così lontani, è proprio quello che ci serve». «Serve così tanto», continua l’autrice, «perché sotto i grandi conflitti, la gente si arrangia con i sentimenti. Il mio sogno utopico è che tra un’ora o un anno nessuno si ricordi più delle ragioni del conflitto tra israeliani e palestinesi, ma tutti ricorderanno del perché due ragazzi hanno scavalcato i muri per amarsi liberamente». Un romanzo d’amore capitato proprio in un momento particolare, conclude il Direttore Molinari: «Ognuno di noi è fatto di mente e cuore, per questo mentre la mente è asfissiata da una realtà difficile, è necessario dare spazio al cuore. Questa mediazione sempre aperta è possibile, adesso ci pesa il cuore a pensarla, ma un domani chissà».
