

C’è stato un tempo fatto di allenamenti, sacrifici e rinunce. Un tempo in cui tutto veniva immolato sopra l’altare della pallavolo. Quel campo che poi alla fine bene o male ti ripagava di tutto con i successi e le vittorie, con i voli aerei in giro per il mondo e le medaglie. Uno sport che certe volte sapeva anche essere crudele, insegnandoti ad accettare la sconfitta e i propri limiti. Tutto questo lo sa bene Marco Martinelli, ex campione della pallavolo che dal 2008 ha scelto di ripartire con una nuova avventura: appese le scarpe al chiodo, nella sua vita si è aperta una nuova serranda, quella di un negozio di giocattoli.
Entrando nel suo punto vendita, lo trovo indaffarato dietro al bancone tra chiamate e carte da compilare, sullo schermo del pc c’è la diretta del Giro d’Italia e i clienti sembrano alternarsi in sincronia all’ingresso. Martinelli risponde alle domande e nel frattempo segue tutto ciò che accade, spiega, consiglia e impacchetta. Questa nuova realtà, la bottega, sembra essere diventata il suo nuovo tempio e lui il custode.
È curioso scoprire, tra le pieghe del suo viso e quelle del suo carattere, come sia finito a fare questo mestiere o cosa lo abbia potuto spingere. Lui, ex campione del mondo e figlio della rinomata generazione dei fenomeni, tutto si sarebbe potuto immaginare a parte questo finale: «Sembrerà banale, ma la nascita di mio figlio ha sconvolto completamente i miei piani. Era il 2003 e come neopapà mi sono avvicinato al mondo dei giocattoli per scegliere i più adatti per la sua crescita e ne finii completamente travolto. Così, tempo dopo contattai “La città del sole” e ho aperto il mio primo negozio a Padova nel 2008, replicando poi nel 2020 qui a Ferrara, la città in cui vivo».

Una carriera la sua costellata di tanti momenti importanti e di successi, ma ci tiene a precisare: «Esistono momenti importanti a livello personale e altri a livello sportivo. Uno che sicuramente li racchiude entrambi è la vittoria dei mondiali del 1990, la mia prima vittoria in assoluto, ero completamente in estasi dall’emozione. Quella notte ricordo che i festeggiamenti proseguirono fino a tardi e non ho chiuso completamente occhio». Proprio quella coppa del mondo conquistata in Brasile nel 1990 rappresenta l’apice della carriera di un ragazzo partito dalla provincia e che, come un novello Oriali, da Rovereto si è fatto strada fino ad approdare in quella generazione, dei cosiddetti “fenomeni”. Un gruppo fortissimo, che permise all’Italvolley per quasi una decade di spezzare il solito dominio dei Paesi dell’est europeo, consegnando una serie di successi senza precedenti e tuttora in gran parte ineguagliati, inclusi tre campionati mondiali consecutivi.

Una squadra leggendaria sia per talento, che per lo spirito di sacrificio e con un legame rimasto molto forte: «Con i ragazzi è rimasto un rapporto speciale, anche se mi sono allontanato dal settore capita ogni tanti di sentirsi. La gran parte delle nostre chiacchierate avvengono nel nostro gruppo Whatsapp dei campioni del 1990 ed è lì che amiamo scherzare ricordando quegli anni. L’ultima volta ci saremmo dovuti incontrare tutti insieme nel 2020, perché ricadeva il trentennale dalla vittoria, ma purtroppo a causa della pandemia quella cena non si è più tenuta. È stato davvero un peccato, speriamo di poterla recuperare il prima possibile».
Anche se i tentativi di restare all’interno del settore ci sono stati, attraverso delle piccole esperienze fatte su e giù per l’Italia, è straordinaria la franchezza e l’umiltà con cui spiega la sua decisione di staccarsi dal mondo della pallavolo: «A un certo punto eravamo talmente tanti a essere arrivati a un livello così elevato, che era del tutto impensabile che potessimo restare tutti quanti a fare gli allenatori. Per un periodo ci ho anche provato: a Ferrara in serie B, a Genova e come secondo allenatore a Vibo Valentia in A1. Dopodiché, ho dovuto fare una scelta di vita e ho deciso di stare accanto alla famiglia».

Una scelta fatta col cuore, di quelle che quando giungono bisogna prendere, come solo gli eroi all’interno della tragedia greca sanno fare. Ma se da un lato è avvenuto un giro di boa all’interno della sua vita, dall’altro certi legami sono rimasti indissolubili. Come quello con il pallone, di gran lunga il suo giocattolo preferito, che ha costellato tutta la sua infanzia: «Il pallone era il mio mondo, trascorrevo moltissimo tempo all’aria aperta e in particolare all’ oratorio, dove cominciavano delle sfide totali su tutti gli sport: calcio, basket, pallamano fino alla pallavolo. Purtroppo, credo che quel tempo ormai sia andato, perché viviamo in un ambiente sempre meno sicuro. Io da genitore, specialmente vivendo in città, mi interrogo e cerco di fare attenzione su dove vada mio figlio a giocare. Non ci sono più le libertà e le opportunità di cui godevamo allora, anche l’oratorio stesso si è svuotato».
Adesso la scelta sui giocattoli della prima infanzia ricade su altro: «Spesso la scelta è su prodotti che stimolano la creatività. L’aspetto a cui si sta più attenti è concepire il gioco come fonte d’apprendimento, perché i bambini attraverso il gioco imparano nuove cose». Nonostante il periodo che sta attraversando il mondo dei giocattoli, Marco cerca di mostrarsi ottimista perché: «Dà sempre grande soddisfazione consigliare bene le persone, perché il saper suggerire bene al cliente paga nel tempo e vedi la felicità di grandi e piccoli delle scelte fatte. Il gioco è sempre una un mix di curiosità e stupore, che rende fantastica questa esperienza». Anche se le difficoltà specialmente all’interno del settore restano e certamente si fanno sentire: «Negli ultimi anni tra le chiusure, la guerra in Ucraina e la questione energetica ne abbiamo viste di tutti i colori. Anche se l’aspetto che più mi preoccupa è il continuo calo demografico: l’instabilità a livello lavorativo porta le persone a procrastinare la costruzione di una famiglia. Questo ci danneggia più di ogni altra cosa, perché meno bambini costituiscono inevitabilmente meno vendite, ma cerchiamo di tenere duro e di difendere l’infanzia».
