

Sono poco dopo le 18, è domenica 2 luglio. Sul palco in Piazza Trento e Trieste ci sono gli Ocie Elliott, tra i primi ospiti del palinsesto del Comfort Festival: sono un grazioso duo folk canadese, lui e lei, voci e armonie leggere su un tappeto di chitarra e tastiere. All’improvviso prende vita dal palco un piccolo pezzo di carta blu: ce ne sono diversi, se si osserva un po’ dalle transenne, sono di infiniti colori e possiamo pensare che siano l’eredità del concerto della serata precedente, una serata nostalgia anni duemila, uno di quei momenti in cui in una serata dedita a DJ set, balli e ricordi la scenografia prevede che si sparino sul palco cartoncini colorati che poi scendono e per un attimo regalano una gioia infantile, anche se sei adulto.
Mentre suonano gli Ocie Elliott, dicevamo, si alza in volo un cartoncino blu: dal palco scende portato dal vento fino alle prime file, volteggia in aria e poi d’improvviso, senza senso, torna sul palco, come mosso da una mano invisibile, come fosse quella famosa scena della sporta di plastica in American Beauty. Un cartoncino blu indeciso, sospeso tra palco e pubblico, tra il cielo e la terra, per diversi istanti, saranno stati venti, anche trenta secondi in mezzo: non per terra, non in volo, tutto e niente.

Ecco, questo è stato il Comfort Festival, una altalena: emozioni, momenti di incertezza, momenti di enorme carica ed emotività, andare e tornare, un giro in giostra ripetuto più volte.
Questo doveva essere il suo anno, ce lo aveva raccontato lo stesso Claudio Trotta, a capo di Barley Arts e organizzatore dell’evento: nato dalla pandemia, il Comfort Festival era l’idea stessa del rallentare tutto, di limitare la capienza, di canalizzare l’attenzione tutta verso la musica e il benessere.
E invece dopo aver perso dal cast uno dei nomi più attesi (Nathaniel Rateliff & The Night Sweats), abbastanza vicino alla data del festival – martedì 6 giugno per la precisione, meno di un mese prima – è arrivata la notizia più inaspettata: niente più parco urbano, ancora ferito dalla pur riuscitissima sera di Bruce Springsteen; niente più due palchi; niente più, in sostanza, una delle basi fondanti del progetto, con qualche polemica sui social per chi immaginava un evento e si preparava a viverne uno diverso, più canonico. E il nostro cartoncino blu, che vola, sospeso, in attesa di sapere su quale giudizio finale posarsi.
Secondo chi scrive la riuscita di un concerto dipende da tre fattori: band, pubblico e luogo. Un fattore può influenzare gli altri, un fattore può fare esplodere o implodere gli altri. Se tutti i tre fattori sono perfetti, il live è al suo meglio. E a questo punto (finalmente dirà qualcuno) andiamo a raccontare cosa si è creato lungo le tante ore di live, inevitabilmente disteso lungo un solo palco, artista dopo artista.
Sentito solo di sfuggita il primo artista, Francesco Piu, entriamo tra le file di sedie ancora abbastanza vuote (il festival è stato pensato per essere fruito da seduto, ma, spoiler, non andrà così fino alla fine, per colpa di qualche australiano pazzo) quando entrano in scena le Pillow Queens. Sono uno scatenato quartetto completamente al femminile, di Dublino, città che negli ultimi anni sta regalando parecchie gioie agli amanti del rock impegnato e che infatti suonano in maniera solidissima mentre raccontano di discriminazioni e inclusione. Le note sono prestate all’attivismo per la causa Lgbt, e questo proprio in un paese dove il Pride è evento sociale pubblico (esperienza diretta di chi scrive, appena tornato da Dublino). Le ragazze chiudono con una scatenata Howdoilook che ci conferma il giudizio: vogliamo saperne di più, una tacca segnata per la parte musica.

Poi arriviamo al momento del cartoncino: pochi minuti dopo sono sul palco invece i già citati Ocie Elliott, dolcissimi interpreti di un folk con battiti elettronici decisamente piacevole, ma che soffre incastrato tra ciò che è venuto prima e ciò che verrà dopo. È questo l’istante in cui pensiamo: sì, ci volevano questi due palchi, questi due ragazzi dovevano stare su quel palco Armonia, dove chiacchierare con una birra in mano, sdraiati sull’erba e sentire la brezza sul viso chiudendo gli occhi dietro alle melodie acustiche. Perché l’abbiamo detto: anche luogo e pubblico sono elementi della riuscita di un festival, non ne basta uno solo forte.
Let me down easy baby, lay me down on the forest floor (fammi andare piano, fammi stendere sul pavimento di una foresta)
DA “FOREST FLOOR” – OCIE ELIOTT
A meno che non si parli di Wolfmother, ovviamente. Sono le sette di sera, il sole è ancora una palla di fuoco restia a scendere lungo la linea dell’orizzonte, il pubblico è ancora scarso, seduto tra le file di sedie in attesa di quelli che considera i nomi più forti e tutto viene spazzato via in pochi secondi quando Andrew Stockdale, insieme al resto della band, entra sul palco. Cosa raccontavamo, un attimo fa, della necessità di quei due palchi? Ecco, perché il nostro cartoncino blu, quello del giudizio, ora vola come freccia spinta dal vento, in un attimo sono gli anni settanta, ci sono i giubbotti di jeans anche con 35 gradi e l’umidità della val Padana, in un istante prima uno, poi dieci, poi almeno cinquanta maglie e canottiere e gonne e sandali si staccano dal “posto seduto” , sfidano l’idea stessa del Comfort Festival e si lanciano sotto palco, rapiti da una band niente più che onesta per scrittura, molto più che buona per resa, energia e forza.

Si parte con Dimension, si passa per quella Vagabond quasi hit in quei locali alternativi sospesi tra musica rock e dance da ballare di inizio anni duemila. Il frontman, Stockdale, dirà ad un certo punto “The best spot to play in italy” (trad: il miglior posto dove suonare in Italia) con la sfrontatezza con cui domani lo dirà in un’altra piazza, in un’altra nazione, risultando ugualmente credibile, senza che ci creda nessuno.

Inizia a calare, lentamente il sole e sale sul palco Kurt Vile, con i suoi The Violators: è un nome atteso, tra i chitarristi più interessanti degli ultimi anni dopo la sua uscita dai The War on Drugs, una di quelle band di cui nel cartellone dei festival (stranieri) si scrive il nome tra quelli in grande.
E, tocca dirlo, l’altalena ricomincia: perché il live di Kurt Vile è perfetto quanto senza sussulti, lineare come i dischi, aggiunge poco a questo saliscendi emotivo che inizia a diventare il tratto dominante del racconto. Vola, questo cartoncino blu, fluttua e a volte si alza, a volte si siede dimenticato a terra e fa tornare in mente quelle che erano le premesse della giornata.

Dopo una buona Pretty Pimpin, però l’energia cambia nella piazza. Ora, non si dovrebbe dire – il settore della musica è il luogo dove si raccontano solo i successi, mai i fallimenti – ma a questo punto lo diciamo, così poi non ne parliamo più: alle 21 è chiaro che non è andata benissimo. La piazza è grande, le sedute non numerosissime e parecchie rimarranno vuote. Inutile definire i numeri, ma per chi organizzava ipotizziamo fossero pianificati più alti, anche solo per la sostenibilità di un progetto che ha immaginato qualcosa che, specie in Italia, si fa poco, ovvero pensare al benessere del pubblico, prima che alla sostenibilità dell’evento.
Il pubblico però è uno dei nostri tre fattori, è portatore di energia (se tutto va bene) e di passaparola (nel bene e nel male) e quel pubblico da adesso in poi – cioè, dopo l’esibizione di Kurt Vile – si dividerà: il pubblico caldo, il cartoncino che vortica furioso e denso di emozioni, e il pubblico seduto, indifferente alla vista mezza bloccata da quelli in piedi, dai ribelli che profanano l’idea stessa di lentezza e comfort perché sentono arrivare qualcosa di diverso.

“Da adesso in poi non si molla la transenna” dice una persona, sottopalco. Arriva quello che possiamo considerare uno degli headliner della serata, Glen Hansard, ben noto in città per la sua data solista qualche anno fa a Ferrara Sotto le Stelle e ancor prima con il duo Swell Season, con cui nel 2008 vinse un Oscar per la miglior canzone originale. Ed è di nuovo elettricità, quasi troppa, soverchiante, quasi fosse calata dalla polvere lasciata dai Wolfmother, perché tra brani vecchi e nuovi (c’è un nuovo album in arrivo in autunno) il cinquantenne di Dublino (e siamo a due, stasera) pare energico ancora più del solito, potente, si divora molteplici problemi di suono lungo un set fatto di intensità e qualche schiaffo al cuore (una Bird of sorrow struggente come sempre, dedicata alla madre e al pensiero che possa ritrovare se non l’amore, la gioia nella vita). Hansard racconta (e poi canta) di un brano nuovo che viene direttamente da un sogno, in qualche momento in cui nonostante un set non lunghissimo riesce a trova quella linea di contatto con il pubblico che gli consente di diventare una cosa sola, grazie al passato da musicista di strada e alla capacità di far cantare, ballare, emozionare il gruppo di persone davanti a lui, che non sono più solo pubblico, ma vero e proprio strumento.
Alla fine, o quasi, c’è lui sopra una delle casse che separa palco e pubblico, a far quasi crollare la barriera che distanzia i due elementi, i nostri due elementi, come per tentarne il contatto.
Sono le 23: rimane un nome, quello di Jack Johnson, forse un pò inaspettatamente headliner per uno che in fondo mancava da quasi dieci anni in Italia, che ha goduto di un pò di esposizione in radio e tv ma insomma non è quel nome-strappa-biglietti, né quella possibile esplosione finale di energia. Almeno in teoria.
Passeranno, inaspettatamente quasi due ore, un tempo maggiore rispetto a quello immaginato sulla carta e il racconto è nuovamente incerto: da una parte una certa stanchezza percepita tra il pubblico seduto, dall’altra una costola vibrante sottopalco che si allarga e che si lascia trascinare dalla proposta artistica dell’americano, anzi hawaiano (dettaglio da non dimenticare).

Si parte con Never Know e si prosegue lungo un concerto che ha il pregio di essere umile e solare: da vero padrone di casa quasi tutti gli artisti della giornata suoneranno insieme a Jack Johnson e un certo spazio sulla scena se lo prenderà il geniale pianista (e non solo) Zach Gill, che tra voce, piano, fisarmonica e altri strumenti sembra davvero quasi il mattatore sul paco, specie nella seconda parte.
Così, dopo una intensa cover di I shall be released di Bob Dylan, cantata con Glen Hansard, c’è spazio per altri quattro brani tutti da solo: Jack Johnson voce e chitarra, nudo nella sua dimensione più intima.

L’ultimo nome del palinsesto non ha forse l’intensità emotiva di altri performer, ma tra il pubblico si scorge la felicità, i passi accennati di danza, le leggere vibrazioni reggae che rimangono sospese nei corpi che si muovono, quella dimensione delle Hawaii che sono l’immagine stessa della leggerezza nell’animo. Non c’è quell’orda di folla entusiasta, eppure quel gruppo di persone è connesso, presente, euforico, completamente dentro a ciò che sta succedendo.
Non c’è, infine, la brezza sul corpo, l’erba fresca del prato, l’idea stessa di un festival slow che è diventato (quasi) simile ad un concerto normale, non c’è il doppio palco, la divisione degli artisti, l’idea stessa di programmazione. Ma ci sono sicuramente due elementi: pubblico e musicista. Ci sono perché, per fortuna, quel legame, avvertito a tratti lungo la giornata, si può creare con niente: anche solo con chitarra e voce, che sia in metropolitana a Londra o lungo una piccola via di Ferrara, o sopra un palco che in queste settimane sta ospitando artisti diversi, o addirittura in serate fatte di cartoncini colorati e ricordi nostalgici della propria adolescenza.
Ecco, il Comfort festival è stato onesto, schietto. Nato in un modo, cambiato per necessità, si è saputo tenere in piedi, sospeso, come quel cartoncino blu, per un tempo lunghissimo: per chi c’era è stato quello che voleva essere, nella sua forma più piccola. Un momento vivibile, lontano dai mega concerti dove ammassarsi senza niente che sia esperienza emotiva. Una lineup solidissima sulla carta e un luogo sbagliato, ma che ha saputo non far crollare il progetto.
Cosa succederà l’anno prossimo, è ancora presto per saperlo: noi un pò questo ricordo ce lo vogliamo tenere con piacere, non fosse altro per tutti quegli istanti in cui il cartoncino è parso volare altissimo, inarrestabile, proprio come in quella scena di American Beauty, il cui monologo finale sembra quasi essere la voce del Comfort Festival, poco dopo l’ultima nota di Jack Johnson, all’1.05 di una domenica notte.
Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.
Le foto sono state pubblicate sulla pagina Facebook Comfort Festival.
Classe 85, vive a Ferrara da vent’anni. Secondo il profilo ufficiale è Infermiere, nel contempo si occupa da anni di giornalismo con l’idea di cercare di raccontare il mondo da una angolazione sempre nuova, con spirito critico ma rivolto al meglio, al domani e al possibile. Ha scritto un romanzo, si chiama “Sfumature” e si occupa di musica con una newsletter settimanale, live report e altro.Qui su Filo, articolo dopo articolo tenta di costruire un mondo più informato, consapevole ed ottimista o, almeno, aderente alla realtà.

che tristezza per la piazza, il parco urbano e la città