

Ho realizzato di sentirmi in difficoltà, nel momento in cui devo scrivere un articolo su qualcuno di mia conoscenza. Non perché sia a corto di contenuti, ma per il timore di essere poco oggettiva. La situazione diventa ulteriormente più complessa, se la persona in questione rientra nella sfera dell’amicizia. La prima volta che ho intervistato Marcello Carrà, eravamo perfetti sconosciuti e il problema non si poneva. Oggi, a distanza di anni, la situazione è leggermente diversa e vorrei quasi arrogarmi il diritto di considerarlo un caro amico. L’ho incontrato per due chiacchiere, in una soleggiata giornata primaverile, in vista della sua imminente mostra Surrealtà rinascimentali… a penna bic, presso la MLB Gallery, in modo che sia lui a parlare della sua figura.

Partiamo dalle basi, come si definisce Marcello Carrà?
(come per qualsiasi persona creativa, la domanda lo mette un po’ in difficoltà)
Uh, domandona… Allora, in primis direi un grande appassionato di disegno. E’ una tecnica che sento mia, come se fosse nel mio DNA. Ho sempre disegnato, fin da piccolo, senza pormi il problema di essere bravo o meno. Semplicemente mi piaceva disegnare. Tecnica che si è evoluta, soprattutto negli ultimi tempi, aggiungendo la parola. Questa nuova formula si è realizzata sia attraverso un libro (La sindrome del pallone pubblicato nel 2021 da La Nave di Teseo), sia attraverso opere che in qualche modo richiamano la poesia visiva. L’aspetto che maggiormente mi interessa è definire le forme grafiche attraverso l’introduzione del testo, formare delle sagome che si mescolano e si introducono nella parte più disegnativa.
Cosa significa per te disegnare e quali sono le tue fonti d’ispirazione?
Disegnare è una forma di dialogo con se stessi, significa trasporre su una superficie qualcosa che hai dentro: un proprio pensiero o riflessione. Un elemento che nella propria testa è tridimensionale, diventa bidimensionale su una superficie, nel mio caso un foglio. Disegnare non è soltanto l’azione in sé, è anche un momento di meditazione. Inoltre, disegnare ti proietta verso il futuro, verso altri progetti da realizzare, quindi possiamo considerare tale atto come carburante che alimenta continuamente la mia vena creativa. Il disegno è una parte fondamentale della mia essenza, ho bisogno di disegnare per esternalizzare un mondo interno, privato. Non ho mai avuto lunghi periodi in cui non abbia disegnato. Se già passano due giorni senza, sento che sto uscendo da un seminato che mi dà sicurezza. Per ciò che concerne l’ispirazione, spesso ricevo determinati input parlando con gli amici. Oppure, ovviamente andando a vedere altre mostre: ci sono degli autori che si avvicinano di più al mio gusto, alla mia visione. Un’altra fonte è l’attualità, cerco sempre di trovare un collegamento con essa, non necessariamente spudorato o palese, ma mediato da metafore o allegorie.

Effettivamente, il tuo modo di raffigurare è colmo di simboli ed è poco ancorato a degli elementi realistici…
L’iperrealismo è sempre stata una dimensione che ha suscitato in me poco interesse. Trovo molto più accattivante il fatto che la parte grafica del disegno non arrivi a una finezza fotografica: il tratto non deve mai arrivare a descrivere in maniera fotografica l’oggetto o il soggetto, insomma una figura. Mi ha sempre affascinato un allontanamento dalla realtà, forse anche voluto. Creare mondi diversi è appassionante. Per esempio, la prima parte del titolo della mostra ‘surrealtà’ allude a una dimensione che va oltre ed effettivamente tutto ciò che compone la mostra è assolutamente surreale, collegato però, tramite i testi, al mondo di oggi.


Ecco, parliamo della mostra Surrealtà rinascimentali… a penna bic, la cui inaugurazione è prevista per il primo d’aprile. Non è uno scherzo, giusto?
No, è tutto vero! Ho lavorato molto a questo progetto, se poi non si farà, sarà uno scherzo rivolto a me… Le opere presenti, una dozzina circa, raffigurano una personale e contemporanea rivisitazione di alcuni lavori esposti attualmente a Palazzo dei Diamanti. Ho selezionato quelle che mi hanno fornito subito una chiara manifestazione di ciò che poteva essere la mia versione. Nello specifico, ho preso spunto da alcuni dipinti di Lorenzo Costa ed Ercole de’ Roberti. Devo dire più quest’ultimo, che forse si avvicina di più al mio modo di esprimermi, cioè un mondo plastico: per esempio i suoi panneggi hanno qualcosa di metallico, qualcosa di molto rigido, però armonico, che per l’appunto, si avvicina al mio modo di disegnare.
Sono tutte opere realizzate con la penna, il mio caratteristico segno grafico, diciamo. Per fare un esempio, in mostra sarà esposta la mia interpretazione del dittico dei coniugi Bentivoglio: i loro ritratti si trasformano in due isole immerse in un mare di parole. La parte surreale è quello del disegno, della metamorfosi di un elemento reale, ossia un personaggio storico, in qualcosa di surreale, un’isola con architetture non possibili. Mentre i testi, si collegano all’amore che presumibilmente c’era tra queste due figure e sono canzoni di autori italiani che decantano proprio tale sentimento. Oppure, un’altra opera è La spedizione degli Argonauti di Lorenzo Costa, che diventa nel mio caso un gioco da tavola, ossia il gioco dell’oca, dove sono rappresentati tutti i simboli legati al testo di Apollonio Rodio Le Argonautiche.
Quindi, si parte dal Rinascimento e si esegue tramite una rivisitazione, una surrealtà che va oltre alla realtà, che nell’opera rinascimentale veniva espressa.

Mi accennavi prima che la tua tecnica di disegno ha subito un’evoluzione, virando verso la parola. Mi puoi dare qualche indicazione sugli inizi di questa nuova pratica?
Ho iniziato nel 2016, penso che all’interno di ogni percorso artistico arrivi un momento in cui vuoi aggiungere o togliere. Sono arrivato a un punto in cui il disegno non era più sufficiente. La penna consente sia di disegnare che di scrivere, quindi perché limitarsi solo a disegnare, se puoi mescolare le parole? La parola esiste in quanto significante, quindi tramite l’utilizzo delle parole ho inserito degli ulteriori significati che il disegno limita, perché è sempre un po’ interpretabile. Certo, anche la parola non è univoca, però è un’aggiunta di significato all’opera. Inoltre, anche graficamente, mi interessava realizzare delle superfici che a distanza (la parola è scritta sempre in maniera molto minuta, quasi non si percepisce), creano delle estensioni che potrebbero essere identificate come dei grigi. Il primo lavoro è stato Trittico dell’esistenza, che raffigura i principali momenti della nostra esistenza: nascita, vita e morte, dove praticamente ho trascritto alcuni passaggi di Mary Shelley, Marcel Proust e Thomas Mann.

Una parte di questo trittico è attualmente esposto a Palazzo Crema all’interno della rassegna del Premio Niccolini. Per ciò che concerne quest’ultimo, hai vinto nella sezione Saggistica con La sindrome del pallone e in quella della Pittura con il tuo secondo lavoro in mostra, l’opera La caduta dei proverbi. Raccontami un po’ di questi premi, vinti nell’arco di due settimane.
Sul libro La sindrome del pallone c’è un bell’approfondimento sul vostro magazine, vi rimando a quello per ogni curiosità! La mia partecipazione al Premio Niccolini in realtà non è la prima, ho già partecipato (e vinto) alla IX edizione. Quindi, questi riconoscimenti sono stati abbastanza inattesi, ma ovviamente molto graditi. Nella sezione Saggistica ho vinto giustamente il 3° premio, in quanto il mio è un saggio pseudoscientifico, penso sia stato premiato per l’originalità.
La caduta dei proverbi, opera esposta in una precedente mostra alla MLB Gallery, è invece una rivisitazione del quadro I proverbi fiamminghi di Bruegel in cui una serie infinita di figure, illustra metaforicamente circa centoventi proverbi fiamminghi. Nella mia opera sono completamente scomparsi, quindi non c’è la saggezza antica, ma lo spazio è in completo abbandono, con l’accumulo di tantissimi elementi lasciati lì nel corso dei secoli, per esempio l’automobile degli anni ‘70, la locomotiva dell’800, bidoni della nettezza urbana. Penso che l’opera sia stata apprezzata sia per la complessità del disegno sia per la durata della sua realizzazione, all’incirca un anno.

Marcello Carrà è un artista, ma anche un ingegnere, è il classico esempio di perfetta sinergia tra razionalità e creatività: mente lucida, ma anche sognatrice, pragmatico, ma anche idealista. Quindi, a questo punto, non resta che augurare a Carrà un sentito “in bocca al lupo” e invitare voi a visitare la sua mostra.
INFO
Marcello Carrà
Surrealtà rinascimentali… a penna bic
1 aprile – 19 giugno
MLB Maria Livia Brunelli Home Gallery
Corso Ercole I d’Este 3 – Ferrara
La mostra è visitabile tramite visite guidate ogni sabato, dalle 15 alle 19
