

“Fortunati noi che siamo vivi”, dice una volta Clementina, figlia di Martino Gozzi. Originario di Sant’Agostino, poi residente a Ferrara e ora a Torino, dove è l’amministratore delegato della Scuola Holden, centro di formazione che insegna con grande trasversalità di media e di percorsi quella che è la scrittura, Martino è l’autore de “Il libro della pioggia” (Bompiani). Sarà presentato sabato 18 marzo alla libreria Libraccio, con un reading che sarà anche musicale, per i motivi che stiamo per scoprire.
Clementina è piccola, pochi anni sulle spalle ma è il motore di quelle pagine: una domanda insistita, frequente: cosa è successo al tuo amico?

L’amico di Martino è Simone Andreani, anche lui di Sant’Agostino, musicista ed ex bassista di Violassenzio, Cookoomackastick, e Strike dal 2010, persona che ha calcato ogni palco musicale con infiniti progetti dal vivo. Simone però si è spento un giorno di fine maggio del 2018, a meno di quarant’anni, per una leucemia.
Martino per un pò fa finta di niente, accusa il colpo ma non accenna reazione alcuna: “nella famiglia in cui sono cresciuto non si parla dei morti” scrive nelle prime due righe del libro, eppure la verità è che noi non siamo la famiglia in cui siamo cresciuti, ma quella che creiamo. Nella vita di Martino entra dirompente come ogni figlio Clementina, che a soli tre anni inizia a incalzarlo, martellante, per una intera estate: cosa è successo al tuo amico? Dov’è ora? Cosa vuol dire morto?
Sono domande che battono come pioggia, colpi secchi fuori della finestra, non bagnano dentro ma fanno rumore, finché Martino capisce che deve scriverne: un’ora ogni sera, per mesi, finché non completa il libro.
“Mi vengono in mente due cose – ci racconta: la scuola Holden deve il suo nome a Holden Caulfield, protagonista del romanzo di Salinger e qualche anno fa suo figlio Matt Salinger è venuto a trovarci. Ha raccontato del padre: per lui i bambini erano depositari di una forma di saggezza che invece gli adulti non avevano più, che si perdeva con l’ingresso nel sistema scolastico, con il lavoro, con il diventare adulti nella società. Non a caso quasi tutta la sua opera è popolata di bambini e ragazzini e secondo me aveva ragione. Clementina è una grande portatrice di saggezza, ha permesso al libro di nascere. Mentre per me, a livello personale, questo momento in cui scrivevo, sempre di notte una volta che il lavoro era finito e la bambina era a letto, le mail si fermavano e avevo un’ora di tempo prima di addormentarmi, era il momento in cui potevo tornare al libro, immergermi dentro e in qualche modo viaggiare nel tempo, raccogliermi alla scrivania, concedermi di ricordare, ogni tanto di starci male, di piangere, potevo tornare indietro di anni, incontrare nuovamente Simone. Potevo vivere una sorta di appuntamento magico con me stesso e spero che questo possa succedere anche per chi legge, spero che ripercorrere questo album di fotografie e momenti possa far sentire che anche se qualcosa di importante è andato perduto, qualcosa di luminoso è rimasto.”
Come nasce questo libro e come si racconta la storia di un amico? È in parte anche una storia tua?
Da una parte io non abito più a Sant’Agostino o a Ferrara ed ero quindi distante al momento della perdita, dall’altra percepivo una sorta di tabù, di divieto sociale, mai esplicitato da nessuno per il quale non si parla delle persone morte. Si osservano certi rituali, ci si prende cura dei fiori, delle lapidi, si rispetta un silenzio in certi momenti, ma poi quando ci si ritrova tra conoscenti si glissa sulla morte. Clementina mia figlia, che all’epoca aveva solo tre anni non aveva ancora fatto propria questa regola, non l’aveva ancora assorbita e quindi continuava a farmi questa domanda, ha continuato a farmela per tutta l’estate, mentre ci muovevamo in città, mentre giocavamo, mentre le andavo a prendere a scuola, lei l’avevo visto, osservava questo mio stato di confusione, difficoltà, di tristezza e mi diceva “raccontami la storia del tuo amico, cosa gli è successo? in che senso non c’è più, cosa vuol dire che non c’è più?” per lei erano tutte domande lecite e anche molto naturali e questa è un pò la prima pagina del libro. Quando a distanza di alcuni mesi mi sono dato il permesso di provare a scrivere questa storia sono partito proprio da lì. Nei mesi successivi alla scomparsa di Simone ho fatto questa esperienza per la prima volta nella mia vita, la sensazione di avere una gran voglia di parlare di lui, di mantenerlo vivo nel ricordo e quindi di elaborare il lutto attraverso il racconto, ma non sapevo con chi parlarne.
Mi sono chiesto: come potevo raccontare questa storia? La prima cosa che ho capito è che non potevo raccontarla se non partendo dal mio punto di vista, che era l’unico che avevo su questa vicenda, non potevo raccontarla in terza persona, non poteva essere la biografia di, non ero stato nei suoi panni, avevo enormi buchi temporali. Potevo solo partire dalla mia prospettiva, potevo raccontare il nostro legame, la nostra amicizia, credo che il libro sia principalmente questo, il racconto di un vincolo: di una amicizia, un legame, uno dei tanti che Simone aveva intrecciato nella sua vita.
Contemporaneamente però per farlo dovevo anche mettermi in gioco io: all’inizio mi si vedeva poco nell’inquadratura, man mano che sono andato avanti ho capito che se volevo essere sincero fino in fondo dovevo raccontare anche quello che stava succedendo a me. La morte di Simone, di un mio coetaneo, ha messo in crisi tante delle mie convinzioni, ha innescato una sorta di rivoluzione copernicana personale e ho pensato anche che se volevo rendere al meglio tutte le stagioni della nostra amicizia, dovevo ripescare momenti che volevo preservare dallo scorrere del tempo. Anche per aggiungere una tonalità, in modo che il libro non fosse solo un libro cupo, un libro legato esclusivamente all’esperienza della morte ma contenesse la luce e potesse contenere la vita, l’esperienza di essere giovani, sentirsi immortali, innamorarsi, fare musica.”

Possiamo dire che il Libro della pioggia è un libro delle fotografie dei momenti condivisi? Un ricordo della vita?
È un libro di finzione che si basa sulla memoria. L’ultima pagina è una fotografia che ho trovato mesi dopo avere finito la scrittura e stavo quasi per andare in stampa, una foto in cui io e Simone siamo ancora bambini. Proprio per la natura del libro mi è sembrato giusto aggiungerla: è come se il libro fosse una serie di istantanee, proprio come quando da bambini si guardavano le diapositive, non vedevi tutto quello che era successo ma fissavano alcuni momenti.
Sabato 18 marzo a Libraccio la presentazione avverrà con un reading, e un accompagnamento musicale. La musica era centrale nella vita di Simone, lo è anche nel libro?
Il libro è pieno di musica. I capitoli che sono una sorta di lettera a Simone, quelli scritti in corsivo nei quali mi rivolgo a lui direttamente, in una prima stesura avevano il titolo di una canzone, perché è la canzone attorno a cui quel capitolo ruota. Questi brani sono stati poi raccolti in una vera e propria playlist che ho chiamato mixtape, al termine del libro, circa due ore di musica con alcune delle canzoni a cui entrambi eravamo legati. Simone rispetto alla musica per me è sempre stato un mentore: era più avanti, aveva gusti più chiari ed era un grande musicista, io mi muovevo più al buio, ero più pigro, avevo anche gusti meno saldi. Con lui ho scoperto quasi tutto delle canzoni che cito e mi sembrava essenziale riuscire a trovare un sistema per far risuonare questa musica. “
“Credo che la nostra generazione, ma anche quella prima, sia cresciuta con la musica come colonna sonora, anzi come colonna vertebrale, come grande attivatore della memoria oltre che delle emozioni. Un attivatore che salta il fuoco di sbarramento dei pensieri della razionalità, che arriva diretta al cuore. C’è una linea diretta tra orecchie e cuore.”
Nel libro, quando arriva la brutta notizia c’è questo passaggio:
[Un respiro. Due. No, non avevo ricevuto messaggi da Simone. Non dopo la chiaccherata di sabato sera “Ciao Frances, no, a me non ha scritto. Perchè, cosa dice?” Gianluca e Savina stavano parlando di The last of us”.]
E The last of us, videogioco diventato anni dopo serie tv evento, ha terminato il percorso della sua prima stagione esattamente pochi giorni fa, pochi giorni prima del reading di presentazione del libro di Martino a Ferrara. Senza spoiler, nell’epocale scena finale ci sono un padre e una ragazza, c’è il peso di molti mali del mondo, c’è lei, Ellie che chiede a lui, Joel, di dirgli se tutto quello che gli ha raccontato fosse vero: giuramelo che mi hai detto la verità. Joel giurerà, ma negli occhi di entrambi ci sarà molto altro, perché spesso la verità ferisce anche se alla lunga cura. Così nel libro Martino ha scelto di dire la verità a Clementina prima, e a sé stesso poi: ferito durante, forse curato ora, ha affrontato il proprio viaggio, esattamente come quello di Ellie e Joel.

E con il libro avviene una magia propria di pochi mezzi, di cui l’altro principale è la musica, la lingua che parlava Simone, ovvero la capacità di estendere il tempo, la possibilità, anche di fronte ad una vita che svanisce, di lasciare una traccia potenzialmente infinita nel tempo.
Martino Gozzi presenta a Ferrara, “Il libro della pioggia”, reading musicale con Martino Gozzi, musica e voce di Francesca Malaguti e Marci Lee Valdez (chitarrista storico degli Strike).
Martino Gozzi è nato a Ferrara nel 1981. Nel 2004 ha pubblicato il suo primo romanzo, Una volta Mia, con peQuod. Con Feltrinelli ha pubblicato Giovani promesse (2009) e Mille volte mi ha portato sulle spalle (2013). È anche traduttore e dirige la Scuola Holden di Torino.
Classe 85, vive a Ferrara da vent’anni. Secondo il profilo ufficiale è Infermiere, nel contempo si occupa da anni di giornalismo con l’idea di cercare di raccontare il mondo da una angolazione sempre nuova, con spirito critico ma rivolto al meglio, al domani e al possibile. Ha scritto un romanzo, si chiama “Sfumature” e si occupa di musica con una newsletter settimanale, live report e altro.Qui su Filo, articolo dopo articolo tenta di costruire un mondo più informato, consapevole ed ottimista o, almeno, aderente alla realtà.

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