

Fango, tutto il calcio è paese è il lungometraggio ideato e realizzato da Tobia Ansaloni, con il supporto e la collaborazione di ‘Crema Alta Pasticceria Video’ e la regia di Corradino Janigro, su qualcosa che appartiene o è appartenuto a tanti di noi: il calcio di provincia. Un documentario incentrato in particolare sul Tresigallo Calcio, tra le più nobili realtà ferraresi attualmente in Prima Categoria, girato durante la stagione 2021-2022.
Com’è nata l’idea ce lo racconta proprio Tobia: “Dopo la festa del centenario e dopo aver dato un po’ di lustro alla società con il libro, la mostra… l’ho buttata lì come battuta ai ragazzi di Crema Alta Pasticceria Video, che già dovevano venire a Tresigallo a fare qualche ripresa. È stata una di quelle cose che nascono per caso, all’improvviso. Ero fresco di ‘The Last Dance’, la serie su Michael Jordan: non che volessimo replicarlo, però magari poteva saltare fuori qualcosa del genere. È stato poi un susseguirsi di fattori, un’idea ha tirato l’altra e dal progetto iniziale di fare un video come regalo finale alla squadra (che inizialmente ne era all’oscuro) è fuoriuscito questo documentario. Non è stato immediato, anche perchè a chi poteva interessare del Tresi? Così abbiamo trovato la soluzione nel calcio di provincia, come nucleo generale: ho stilato nero su bianco tutte quelle caratteristiche che conosciamo, che tutti viviamo, ma che poi non sono così facili da individuare. Tante volte è più importante la cena del giovedì o l’aperitivo della domenica rispetto ai risultati. E da qui poi abbiamo iniziato a collaborare veramente alla regia: come immortalare certi momenti, quali allenamenti o partite seguire, in che modo fare le riprese…”.
Tobia ci racconta anche aneddoti del backstage vero e proprio, come quando “ero squalificato e ho chiamato un sacco di amici per rimpolpare il tifo, che c’è sempre, ma che così rendeva meglio l’idea nelle riprese. Il grosso è stato fatto anche con il montaggio per cui abbiamo impiegato più di cinque mesi: la difficoltà maggiore è stata trovare e creare il filo conduttore su cui dipanare la storia. È stato come scolpire qualcosa nell’argilla, con aggiunte e limature: più prendeva forma più era facile lavorarci”.

“Il tutto è nato prendendo uno stralcio del podcast registrato con Web Radio Giardino e Pellicano Papers, pubblicato su Spotify, come percorso di avvicinamento e sensibilizzazione al tema. È un prodotto per voi che amate il football, voi che amate il calcio con la C maiuscola…. il Calcio di provincia”. Il football, ma non all’inglese, non il moderno miliardario football della Premier League. Il football con la pronuncia alla ferrarese: proprio “fotball”, così com’è scritto, e così come chiunque di noi può immaginarlo sentito dire dal proprio nonno e da chi ha da poco passato i 70.
Il Tresigallo come esempio comune di ciò in cui può rispecchiarsi chiunque sappia di cosa stiamo parlando, con quel mezzo sorriso indicatore di consapevolezza, di riconoscimento di sé stessi.“I temi narrati sono il volontariato, le realtà associative di paese che tirano avanti con i pochissimi fondi pubblici, il rapporto con le istituzioni e la cittadinanza, la capacità di fare gruppo e non per ultima la passione sportiva. L’obiettivo è raccontare difficoltà, sacrifici, gioie, amicizie, rivalità e personalità nelle quali, come fossero concetti sensibilizzanti, ci si possa identificare. In tale direzione, il calendario calcistico funge da spina dorsale dalla quale si dipanano tutti quegli aspetti prominenti di una stagione. Tutte quelle fasi che ogni giocatore conosce e ritualmente anno dopo anno vive con passione”.

Partendo già dal titolo si capiscono tante cose, ci sono tre parole chiave che, insieme, riportano alla memoria sensazioni uniche nel loro genere: fango, calcio, paese. La prima soprattutto, nelle scivolate dentro le pozzanghere o nei chili di terra e acqua che ricoprono i vestiti al termine di un qualunque allenamento invernale.
Il tramite di queste sensazioni arriverà da un’ala destra precocemente pensionata, le cui gesta calcistiche personali hanno incrociato la strada con una serie di sfortunate (si fa per dire) coincidenze e decisioni sofferte: quando ti ritrovi a vivere uno dei migliori quinquenni della storia della tua squadra del cuore (immaginate quale) le priorità cambiano, e io non potevo certo perdermi la tripletta di Antenucci contro l’Avellino perchè il campionato Juniores giocava il sabato pomeriggio. Questione di sliding doors.
Proverò a riportare quello che ho sentito io durante la visione del lungometraggio. Proverò a riportare chi legge nei fasti più o meno sbiaditi di una divisa, un pulmino e un custode specializzato nella preparazione del tè.

Il documentario parte proprio così, con un giro di campo sotto la pioggia, con le scarpe che schizzano fango, mentre i k-way della divisa di qualche anno prima sgocciolano i calzettoni dei compagni che seguono. Tutto ciò che verrà d’ora in avanti è una crasi che prevede per l’80% il materiale del documentario, per il 15% le esperienze e gli aneddoti che estrapolati dal contesto riguardano in diverse dimensioni tutti, e per il restante 5% strade che la nostalgia galoppante di chi scrive porta a battere. Non mi prendo responsabilità.
Nel documentario c’è un’incredibile capacità di cogliere l’attimo, di portare alla luce cose che tutti fanno o hanno fatto, normalissimi momenti di quotidianità che, portati sullo schermo, rimandano a quel mezzo sorriso di chi quelle cose le fa, le riconosce, le apprezza senza rendersene conto. E parliamo dell’arrivo al campo, del compagno steso sul lettino, delle cazzate, tante, dette, ascoltate o fatte. Anche il minimo gesto diventa poesia, come prendere un pallone dal cesto, come buttarsi nel torello dei compagni, come cercare un’approvazione che non arriverà mai per un colpo al fantacalcio fatto all’asta della sera prima.
Il calcio di provincia è qualcosa che tanti possono capire, ma che pochi possono spiegare. Ecco, Fango, tutto il calcio è paese, è una delle testimonianze migliori. Tobia, l’autore nonché capitano del Tresigallo, lo sa spiegare alla grande. Il calcio di provincia è tutto quanto detto ma è molto di più, di certo non esplicabile in diecimila battute. È il discorso prepartita del mister, è il poter guardare negli occhi un compagno, un amico, e capirsi. È quell’inspiegata reazione chimica per cui durante la settimana non riesci a fare un discorso serio con nessuno, se non per la più sana delle prese per il culo, mentre la domenica una pacca sulla spalla che sormonta l’orchestra di tacchetti che schioccano sul pavimento ha un concentrato di significati da far invidia ai libri di letteratura.
Le urla, la porta che cigola, il riscaldamento, gli scazzi. E poi anche le partite più sentite, i derby che altroché Clasico, contro gente che conosci benissimo, a volte contro amici, colleghi o ex compagni. Come Berra-Tresigallo, dove una semplice esultanza viene elevata al quadrato e le tifoserie coesistono rumorosamente sulla stessa tribuna.
Ci sarebbe anche il capitolo campo, con i palloni che non piovono dal cielo come in serie A, che se finisce in campagna perchè durante i tiri in porta non hai i piedi di Pirlo “dop tal va a tor ti”, con i guardalinee che spesso non sono esattamente il prototipo dell’arbitro agile e scattante e anzi il più delle volte rimangono rivettati a metà campo con la bandierina in una mano e l’ombrello nell’altra.
E questa è solo la facciata. Poi ci sono le fondamenta. Abbiamo parlato di fango, abbiamo parlato di calcio. Non abbiamo parlato del paese. Il calcio di provincia è anche il custode, quello con la laurea nella preparazione di tè caldo, quello con la specializzazione nel gonfiare i palloni, quello che probabilmente vive al campo, altrimenti non ci si spiega come possa essere lì in ogni momento in cui si arrivi. Lo stesso custode pronto a “darti la carne” se non raccogli i palloni, se lasci in giro i coni, se butti per terra la casacca. Il custode che la settimana ti bastona e la domenica è lì, in piedi ad un angolo del campo che ti guarda, con il più paterno dei sorrisi, perchè in campo vanno i suoi ragazzi.

Dal paese arrivano i volontari, quelli che, a Tresigallo, preparano la cena tutti i giovedì sera, per fare gruppo, per stare insieme, perchè dalla serie A alla Terza categoria un gruppo di amici è molto più che una squadra e può raggiungere l’impossibile (semicit.). È il paese che prova a mantenere in vita una realtà che con il paese stesso va a braccetto e per questo motivo rischia di arrancare sempre di più, e sempre lì, nel documentario, ci sono loro, i volontari, con la loro passione e le loro preoccupazioni: “e se non ci sarà nessuno che si prenderà questa briga dopo di noi? Sa fegna?”.
Dal paese probabilmente arriva anche il Presidente, e qui concedetemi un saluto, una dedica, ad un grande Presidente, uno di quelli che stava lì all’angolo con il sorriso. E con il suo cappellino in testa.
Nel documentario intervengono ovviamente i protagonisti, i giocatori, ma anche il Presidente, i volontari, uno dei custodi che lava le docce e intanto si lamenta perchè “miè fiola la m’ha da la caran” dopo una fuga di registrazioni in cui veniva trascinato dai discorsi e dall’entusiasmo dello spogliatoio. Cose da spogliatoio, appunto.

Ci sono frangenti di partite, di vittorie e di sconfitte, di nervosismo, di grinta e di gioia. La convivialità, quella vera, quella goliardica della trasferta o della cena, quella spensierata del coro improvvisato o quella concentrata e marmorea della domenica di campionato. Le partitelle, le scommesse, gli scherzi, c’è semplicemente tutto, e noi proviamo a spiegarvelo ulteriormente prendendo in prestito una citazione dal libro Ci alleniamo anche se piove? Miserie splendori del calcio dilettantistico:
“Da una parte c’è il calcio del business, il mondo dei professionisti, dei 50mila spettatori, del tutto e subito. Dall’altra, invece, ci siamo noi e il nostro calcio. Un calcio diverso, quel calcio che io, in modo tutt’altro che dispregiativo, definisco povero. Povero perché arriva dal basso e, vuoi o non vuoi, quasi tutti ci devono passare. Qui però, in questa povertà, c’è qualcosa, qualcosa che nemmeno l’altro calcio ha. Nonostante tutto ci stia morendo intorno, nonostante l’interesse abbia prevalso sulla passione, noi ci siamo, e siamo vivi. Siamo vivi in ogni Domenica, quella che tutti – ispirandoci ad Al Pacino – definiamo la “Maledetta Domenica”. Sì, un po’ maledetta lo è. Perché diciamocelo, i calzettoni bucati sul tallone fanno male, e i sassi sul cerchio di centrocampo ti aprono le ginocchia. Maledetta, sì, o meglio, maledettamente bella. Perché se sull’aspetto tecnico ne pagano il fisico e i lunedì al lavoro mezzi distrutti, sul piano della passione non c’è niente, e dico niente, che tenga. Perché nel nostro calcio, dimenticato, non c’è nessun valore materiale che ci spinga a continuare, ma lo facciamo, perché siamo innamorati. Perché anche se il massaggiatore di giorno è un falegname e le maglie sono sbiadite da molteplici lavaggi, a noi non importa. Non ci importa perché quei tre giorni a settimana per noi sono tutto. Un tutto che si racchiude in un sogno, un sogno che comincia con degli sconosciuti che poi diventano amici e successivamente si trasformano in una famiglia, quella famiglia che porta in alto per dieci lunghi mesi un sogno cominciato sotto il sole cocente”.
Ora il documentario verrà proposto a qualche festival prima di trovare distribuzione nelle sale: non si può che augurargli il meglio perchè, per quanto possa valere, merita davvero tanto.
Lunga vita al fango. Lunga vita al calcio di provincia.
Classe 2000, nato a Ferrara e cresciuto poco distante, per ora fa Lettere dopo 5 anni di Scientifico, poi ha delle idee.
20 anni tra calcio in ogni sua forma, domeniche ‘alla Spal’ ed estati a Spina.
Oltre al calcio segue il tennis, lo sci e altri sport, ha una chitarra che suona da autodidatta e sa a memoria i film di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Scrive perché gli piace, perché da sempre alla fatidica “Cosa vuoi fare da grande?” risponde ‘Il giornalista’, e anche perché invece di ascoltare la musica riascolta le migliori cronache di Pardo, Repice e Caressa… sognare non costa nulla.