

Gli anni ‘70 e ‘80 sono stati visti, dalle generazioni che hanno vissuto i decenni successivi, come qualcosa da cui trarre spunto. Ogni grande movimentazione studentesca dopo il ‘68, pur con le sue peculiarità, ha sempre avuto uno sguardo a quegli anni e alle grandi manifestazioni che in Italia sono arrivate principalmente verso la fine degli anni ‘70. Sono anni rivoluzionari nei quali il mondo ha provato a cambiare ma il sistema capitalista è riuscito a inglobare la spinta rivoluzionaria trasformandola in riforma. Sono anni di grande fermento culturale, di grandi conquiste che probabilmente verranno ricordati come i più luminosi dell’ultimo secolo.
C’è chi li ha vissuti e chi ne ha subito le dirette influenze negli anni ‘90 e che vorrebbe ricordarli facendoli uscire da un passato assopitosi in abitudini borghesi. “Vorremmo cercare di portare fuori di casa una generazione seduta su abitudini borghesi e poi avvicinare i giovani” ci racconta Antonio Dondi, cantante degli Strike e portavoce del progetto Beat Boat.
Cos’è Beat Boat?
Una ciurma di attempati ragazzi immaginari che ha speso l’esistenza per la musica e a fianco di essa. Le chiamano sottoculture e sono sostanzialmente utopiche. Le persone cercano di immaginare, attraverso un teatro collettivo di strada, un mondo in cui vogliono vivere. Beat boat è il nostro teatro, il nostro patrimonio intellettuale. Fieri delle radici che ci appartengono apriamo le porte a chi fatica ad accettare il mainstream del momento mai così invasivo, vorace e capace di insabbiare memorie e saperi. Potrebbe essere una serie televisiva ad episodi per la quale non chiediamo di sedervi e guardare, ma di ballare insieme a noi. Una gita in barca, party in luoghi liberi da vincoli politici, ideologici, amministrativi e di profitto sino a fantasticare progetti di condivisione e tutela delle sottoculture e della loro rilevanza antropologica.
“Una ciurma – dice sempre Dondi – che sente l’esigenza di sopravvivere ad un mainstream sempre più vorace e rapace”. Che sente anche l’esigenza di raccontare in presa diretta la propria esperienza attraverso una “specie di serie televisiva immaginaria attraverso le nostre feste”. Cercando di tirare fuori “vecchie coscienze underground assopite da tempo”. Un’operazione antropologica, un museo vivente che non vuole mostrarsi ma creare confronto, dare spunti e tenere viva una memoria assopita.




“Abbiamo deciso di fare dei piccoli party dove consolidare le peculiarità di tutte le persone all’interno”. “Nel tempo – aggiunge Dondi – vorremmo arrivare a costituire un’associazione che sia un centro studi ma anche un modo di tutelare le sottoculture che si sono sviluppate in determinati contesti sociali”. Contesti sociali che possono dirsi “simili a quelli di oggi” in cui “si parla sempre di stati di crisi ma anche di cambiamenti della struttura sociale”. “Disoccupazione, abbandoni, disagi sociali e giovanili, se ne parla oggi come allora”. Non vuol dire che siano gli stessi e che i tempi non siano cambiati ma che l’incontro in questo “ipotetico lato B di un 45 giri della vita” possa essere anche fonte di novità oltre che salvaguardia di sottoculture.
Le generazioni sono diverse, il contesto storico è diverso. “Noi eravamo – dice Dondi – generazioni di un boom economico, eravamo generazioni di grande fiducia ed eravamo tanti”. Oggi le nascite sono invece in calo e manca quello sguardo di speranza verso il futuro che caratterizzava gli anni passati. Ma “le sottoculture giovanili di allora rappresentavano un modo per i giovani di crearsi un modo dove avrebbero voluto vivere, insegnavano a vivere la meraviglia dell’utopia”. Quello di cui in fondo c’è bisogno anche oggi per ridare slancio a una parte di mondo che si continua ad attorcigliare e appiattire su sé stessa.
Beat Boat è un progetto in divenire che “non ha fini di lucro”. Vuole cercare di aggregare “più generazioni” oltre a creare “un centro studi di ricerca per la tutela e la condivisione delle sottoculture giovanili con particolare riferimento al movimento modernista dallo spirito della ‘swinging london’ ad oggi”. Un mondo che come si scriveva vuole unire generazioni e che ritiene “fondamentale, per una reale comprensione e risoluzione dell’attuale crisi socioculturale, salvaguardare le radici, la cultura e la storia che ci appartengono rivalutando ed analizzando i principi che ci hanno guidato, insieme ad intere generazioni, al superamento di crisi e l’incedere del tempo: linfa dal passato per vivere il presente e guardare al futuro”.
“Benvenuti a bordo, ordunque! – dice questa banda di attempati ragazzi – Abbandonatevi curiosi e fiduciosi in questo viaggio scandito non dal tic tac di un qualsiasi orologio, ma dal ritmo e dalla melodia di canzoni senza tempo, in un ballo sfrenato ed infinito…”
Dopo la puntata 0 a bordo dell’imbarcazione Nena potrete vivere questa prima puntata:
“My Generation”, domenica 4 dicembre al Centro Giovanile Homer Simpson di Sant’Agostino dalle 11 alle 21.
Nato nella campagna della bassa ferrarese, dopo la maturità mi trasferisco nella Dotta per studiare storia. Per fortuna o purtroppo mi appassiono all’antropologia, in particolare ai nativi americani, e mi trasferisco a Madrid per completare gli studi. Tornato in Italia inizio a scrivere, prima di cronaca poi di teatro. In futuro chissà…