

Cercando di semplificare al massimo, un totem è un elemento, un’entità oppure una categoria di esseri (dalla pianta all’animale), che può rappresentare per un gruppo umano un oggetto di culto oppure considerarlo come una specie di spirito protettivo. Un termine che può assumere varie accezioni in altrettante culture. Per le menti creative dietro al festival Totem Scene Urbane organizzato dal Teatro Nucleo di Pontelagoscuro, questo elemento è rappresentato proprio dal teatro, inteso come luogo di incontro e di identità.

“Il nostro tentativo è quello di costruire un’identità su questo territorio che ha vissuto una forte polverizzazione sociale, che alla fine è l’idea alla base della nascita di questo festival, ossia costruire un’identità attorno alla cultura” – racconta Marco Luciano, artista, regista, nonché parte della direzione artistica dell’evento insieme a Natasha Czertok. Cultura intesa come veicolo di trasformazione e cambiamento, come dimensione partecipativa.

Quest’anno Totem Scene Urbane è arrivato alla sua decima edizione proseguendo nel suo obiettivo di connettere diverse forme di cultura, dal teatro negli spazi aperti alla rigenerazione urbana. Più che un festival, è una festa come acclara Luciano. Un appuntamento che è diventato ormai fisso, diventando per il quartiere una specie di liturgia. “Per me la festa è legata a qualcosa di sacro”, continua Marco, così come sacra possiamo considerare l’arte in generale.
Quindi, una festa di comunità “alla quale partecipano i nostri amici, ossia compagnie teatrali sparse per il mondo di cui stimiamo l’operato, gruppi che lavorano sul concetto di spazi aperti ossia la capacità di questi attori di aprire spazi all’arte. Effettivamente, una delle nostre principali missioni è di costruire teatri, non necessariamente fisici, anche una piazza può diventarlo. È ciò che abbiamo fatto con il nostro lavoro nei manicomi o nei carceri, per esempio.”

L’esistenza stessa del festival è un modo per ringraziare il quartiere per l’ospitalità manifestata nei confronti degli attori che compongono il Teatro Nucleo, che nell’arco del tempo sono riusciti a rivalutare lo spazio in cui si trovano e aprirlo sempre di più alla cittadinanza: “è un modo per creare un contatto con il territorio che ci ospita e consolidare il legame che abbiamo con gli abitanti”. Tale volontà è alimentata dal bisogno di generare e creare identità attorno all’arte, alla poesia, che diventano strumenti radicanti per un quartiere con una storia molto profonda, che manifesta difficoltà nel trovare un proprio riconoscimento, e può sembrare chiuso, ma in realtà è molto ospitale, con un’enorme capacità di essere accogliente.
Fin dal suo esordio nel 2012, Totem Scene Urbane si è fatto portavoce del pensiero artistico che caratterizza la comunità artistica di Teatro Nucleo da oltre quarant’anni e la condivisione di esso con il territorio, e si avvale dalla necessità di aprire spazi alla bellezza, di portare il teatro in luoghi considerati marginali, come il carcere, le periferie, nonché i comuni dove non esiste un teatro fisico. Non c’è un’unica tematica che faccia da filo conduttore, se non quella dell’incontro, “che rappresenta le fondamenta del Teatro Nucleo fin dalla sua nascita; il regista teatrale Grotowski affermava che non è indispensabile il teatro, serve soltanto ad attraversare le barriere tra te e me” rammenta Luciano. “In un certo senso, prosegue Marco, forse anche in maniera un po’ arrogante, ci sentiamo mandatari e custodi della nostra Costituzione, nello specifico dell’art. 9 che prevede che lo Stato si faccia garante dell’accessibilità alla bellezza, alla scienza e alla cultura. Nel sistema dello spettacolo questo principio è fasullo, non esiste, quindi per un principio di giustizia elementare portiamo il teatro nei luoghi dove manca. Per noi è essenziale che ci sia un incontro e uno scambio: costruire spettacoli che non siano invasivi come eventi e allo stesso tempo confrontare il nostro lavoro con chi vive in questi spazi o luoghi.

Alla domanda di individuare la chiave di successo della continuità del festival, Marco Luciano senza esitazioni la individua nella gioia e nella voglia di fare. Dalla prima edizione a oggi il festival ha cambiato forma, pur rimanendo costante nello scopo, ossia rafforzare la vicinanza con gli abitanti. “All’inizio si svolgeva nell’arco di tre giorni (per dilatarsi in seguito a cinque) e si presentavano meno lavori, puntando maggiormente sugli incontri discorsivi. Parallelamente abbiamo avviato una riflessione sul termine comunità, che è un concetto complesso, anzi sarebbe giusto parlare delle comunità, quindi considerare le pluralità. Abbiamo iniziato a proporre dei laboratori, che miravano a investigare e studiare quali erano le comunità che abitavano questo quartiere. Nel tempo è cresciuta sempre di più la proposta, abbiamo cercato di bilanciare la fruizione passiva e quella attiva. Per la decima edizione abbiamo aperto a realtà non prettamente teatrali, infatti il programma degli spettacoli è integrato con concerti, laboratori nonché una residenza artistica. Una parte consistente di queste attività sono dedicate ai bambini e agli adolescenti, come i vari laboratori di lettura, di costruzione di maschere, di musica e non per ultimo l’orto. E con orgoglio che Luciano individua come una costante del festival proprio l’attenzione rivolta a questo gruppo.
La residenza artistica di questa decima edizione Artisti nei territori, parte del progetto regionale Epifania delle residenze, vede coinvolto il duo Gesualdi&Trono di Teatringestazione (Napoli). Durante la loro permanenza (5 settembre-13 settembre) il collettivo sta proseguendo la ricerca di ciò che potrebbe essere definito un lavoro in corso d’opera, de_ri_va – un progetto interdisciplinare che ha coinvolto varie figure dall’ingegnere al musicista, avviato tempo fa e incentrato sulla riflessione dell’immagine in correlazione alla realtà e prende come base teorica il saggio del filosofo francese Guy Debord, La società dello spettacolo.
Mentre lunedì 12 settembre (ore 20, parco Tito Salomoni) presenteranno al pubblico un’ulteriore progetto, lo spettacolo Chorea Vacui, spin-off dell’altro lavoro Bestiale copernicana, che mette in discussione lo spazio della scena come luogo della visione, cercando di spostare il luogo dalla scena all’occhio dello spettatore.

Chiedo a Giovanni Trono, parte del suddetto duo in residenza a Totem, cosa rappresenti per lui in quanto attore, la dimensione teatrale. Nella sua prospettiva il teatro è un evento sociale, un luogo in cui ci si riconosca come parte di una collettività, e in funzione di questo riconoscimento, possa innanzitutto considerarsi multiplo, e non solo un individuo come la società capitalista vuole che tu sia. Un teatro partecipativo, che stimoli e inviti alla discussione in cui l’attore è l’artefice, cioè colui che agisce, non un semplice interprete, citando Carmelo Bene (che per un determinato periodo della sua vita è stato il proprio totem). Si dovrebbero liberare chi è in scena dalla responsabilità di fare tutto, mentre sarebbe da costruire attorno a quella persona un luogo da abitare, un dispositivo da abitare che già di per sé sia capace di interrogare il tema. Conclude con una riflessione sul festival, vissuto come un evento liturgico rituale, e non una serie di spettacoli, ma è un intero spettacolo, quindi un evento vissuto da tutti in tutte le fasi. Una dimensione orizzontale, senza gerarchie.
In conclusione, il festival Totem Scene Urbane rappresenta un momento di festa e gioia, ma anche di riflessione profonda sul senso del teatro e dell’arte e Pontelagoscuro abbraccia vivamente questo spirito fino a martedì 13 settembre. Quindi, cari lettori, vi invito a partecipare a questo momento di puro gaudio!
