

Giovanni Basso nasce a Ferrara trentotto anni fa, la lascia dopo ventidue per incontrare il mondo, compresi cinque anni trascorsi in Australia. Oggi, lunedì 20 giugno, torna qui al cinema Apollo con Giorgio Colangeli, per presentare la sua opera prima, Mindemic, punto di arrivo dopo diversi anni spesi a crescere, dirigere e produrre cortometraggi, partendo da The Swimmer nel 2013 fino all’ultimo “Il grande presidente”, nel 2018.
Un percorso circolare, dal piccolo al grande, dalla cittadina al mondo, dal mondo ad una sola casa, un unico protagonista: Nino, nel declino di una carriera da autore di cinema che pare finita, si ritrova con una proposta in mano, tre giorni di tempo per scrivere una storia e nessun contatto con il mondo esterno.
Come e quando nasce l’idea di Mindemic?
Dopo avere lavorato a diversi corti, scritti e diretti e spesso prodotti da me, arrivare al primo lungometraggio era diventato inevitabile, a questo punto della carriera. Era da qualche anno che stavo lavorando a del materiale e nel 2020, durante la pandemia, mi è venuta l’idea di scrivere questa sceneggiatura, stimolato da tutto quello che stava succedendo, senza però che questo fosse il fulcro del film. L’idea è quella di voler riflettere sulla condizione in cui si può trovare un regista di settant’anni nel momento in cui è isolato dal mondo, per motivi non precisati. Il protagonista, interpretato da Giorgio Colangeli è infatti solo con sé stesso. Volevo descrivere questa persona, raccontarla, mettere in scene le difficoltà che ha con sé stesso. Una persona che dopo tanti anni di non scrittura, sul viale del tramonto, riceve questa chiamata e si mette in pochissime ore al lavoro, in piena creatività, si sente addosso le stesse energie che potrebbe avere un nuovo autore al primo film. Durante il processo però quello che lui scrive inizia a prendere vita davanti ai suoi occhi, la sua realtà diventa quella che sta scrivendo.

Visto il rapporto così diretto con Giorgio Colangeli, per un film che in sostanza ruota tutto sul suo ruolo e la sua persona, quanto c’è stato di scritto e quanto è invece successo spontaneamente durante le riprese?
Siamo riusciti a costruire un rapporto intimo. Io ho voluto lavorare con una troupe ridotta, non perché sia un modo di lavorare che prediligo, semplicemente era funzionale al progetto, durante le riprese eravamo solo cinque persone. La sceneggiatura era però chiusa: a Giorgio ho presentato un testo completo, senza nessuna sicurezza che avrebbe accettato, mentre l’ha fatto e con entusiasmo.
Quello che ne è uscito è esattamente quello progettato: allo stesso tempo la cosa bella con i grandi attori è che più ci si lavora e più ti regalano materiale, più riprese gli chiedi e più iniziano a venire fuori concetti, sguardi, dettagli che leggi negli occhi. Giorgio Colangeli non è un attore che al secondo o terzo take è stanco, si continua a mettere in gioco e questo ha fatto sì che fosse totalmente a disposizione, regalando tantissime sfumature al testo. Personalmente tendo a fare tante riprese, con l’idea di portare l’attore in una condizione in cui si possa dimenticare che si trova su un set e si lasci andare completamente: in questo caso è stato tutto molto semplice.

Non so se tu abbia avuto occasione di vedere “Bo Burnham: Inside” uscito su Netflix, che racconta un doloroso e intimo percorso di quasi un anno di isolamento dell’attore, chiuso dentro ad una stanza, dove realizza un film che è musical e allo stesso tempo un lacerante sguardo introspettivo nelle proprie paure e pensieri. Mindemic, viaggia su queste frequenze? Come affronta la sfida del personaggio singolo dentro ad una stanza e alle prese con sé stesso?
Non conosco quel film, ma lo recupererò con interesse, però è una bella domanda: la sfida era quella di stare in questi circa 90 minuti con il personaggio e il suo percorso creativo. Noi spettatori mentre viviamo il personaggio di Nino iniziamo a vivere quello che lui sta scrivendo. Il protagonista inizia a sdoppiarsi, moltiplicarsi, entrano in scena più personaggi di Nino: quella dello scrittore, la parte che sta scrivendo, quello che sta vivendo e il tutto si mescola con la sua ex moglie, i suoi colleghi, il contesto personale, tutto si mescola assieme. Più il film avanza e più l’intreccio è stretto. La mia sceneggiatura risale a circa due anni fa, è stato realizzato nel corso dell’ultimo anno e arriviamo ad oggi, con i consueti tempi della distribuzione, approfittando anche di avere atteso la fine dell’obbligo delle mascherine nelle sale, terminato il 15 giugno.
Viene definito un film molto cerebrale e onirico e io non posso che confermare: è un film dove si sta con il protagonista con solo alcuni attori con ruoli secondari e questo a livello narrativo è stata una sfida in termini di scrittura. Ho voluto montare io il film, per tenere alto il ritmo, e anche perché il montaggio è la vera scrittura secondaria del processo di realizzazione di un film. L’idea era quella di non rimanere semplicemente nell’appartamento ma di dare un ritmo che prendesse sempre più piede, fosse sempre più incalzante.

Difficile non chiederlo: che cosa vuol dire nascere a Ferrara, crescere a Ferrara e poi venire a presentare la propria opera prima nella propria città?
È una bella sensazione. Sono molto contento di presentarlo qui: io sono nato a Ferrara, ci ho vissuto fino ai 22 anni e poi sono andato via dall’Italia, facendo esperienze all’estero e rientrando a Roma per motivi di lavoro. L’Apollo è il cinema dove andavo a vedere i film da bambino e presentare “Mindemic” davanti al pubblico della città è una emozione e ne sono molto felice. Andare in sala poi è importante: è un momento in cui cinema e distribuzione, dopo due anni di sofferenza stanno cercando con grande coraggio di rialzarsi, in un contesto ancora molto incerto e instabile.
Le persone si sono abituate ai contenuti a casa, in streaming, con tv grandi, buoni impianti audio, e c’è necessità di far ritrovare alle persone l’interesse per andare in sala, un processo che è solo all’inizio. Ci vorranno diversi mesi prima che la sala riprenda la centralità che aveva prima e che già stava perdendo negli ultimi 15 anni e l’idea di presentarlo in un cinema è una bellissima cosa.

Proprio su questo argomento: come detto in Italia il cinema sta faticando a ripartire, escludendo i grandi blockbuster. Questo può dare spazio anche a una diversificazione delle proposte e aiutare film come Mindemic ad essere distribuiti? Domanda interessante di cui non ho una risposta. Le difficoltà nell’andare in sala sono tante. Oggi come due anni fa è pieno di ottimi film italiani che non riescono ad essere distribuiti nelle sale cinematografiche e questo dispiace. Detto questo, se è vero che questo sistema distributivo incentrato sui grandi numeri sta faticando, tutti quei cambiamenti che hanno modificato il modo di vivere delle persone, il modo di fruire delle storie, è qualcosa che potrebbe dare spazio a contenuti indipendenti di altra natura? Forse. È vero però che le catene distributive hanno logiche molto radicate e non so se qualcosa cambierà.
Penso che quando si cerca di raccontare una storia è sempre una battaglia e così rimarrà. Una battaglia scriverla, produrla, e poi farla vedere alle persone, una continua lotta. Questo vale per una piccola opera come Mindemic così come per altre realtà più grandi.

MINDEMIC – opera prima del regista ferrarese Giovanni Basso
Cinema Apollo – Lun ore 21.00 serata evento alla presenza del regista e dell’interprete Giorgio Colangeli.
Introduce il critico e storico del cinema Paolo Micalizzi.
Mar: 21.00
Mer: ore 20.00
Classe 85, vive a Ferrara da vent’anni. Secondo il profilo ufficiale è Infermiere, nel contempo si occupa da anni di giornalismo con l’idea di cercare di raccontare il mondo da una angolazione sempre nuova, con spirito critico ma rivolto al meglio, al domani e al possibile. Ha scritto un romanzo, si chiama “Sfumature” e si occupa di musica con una newsletter settimanale, live report e altro.Qui su Filo, articolo dopo articolo tenta di costruire un mondo più informato, consapevole ed ottimista o, almeno, aderente alla realtà.