

Caro Buskers Festival, ci possiamo considerare della stessa età, vero?
Festeggi quest’anno la tua edizione numero trentadue, non pochi: siamo adulti. L’altra sera sono venuto in piazza a vederti, come tutti gli anni.
Non che quest’anno sia come gli altri: adesso alla presidenza dell’associazione c’è Rebecca Bottoni, figlia di Stefano, storico ideatore della manifestazione.
Stefano, nel programma cartaceo, scrive una lettera a Lucio Dalla, ricordando quel pomeriggio in cui venne in piazzetta San Michele, insieme a Jimmy Villotti, per preparare una sessione musicale a sorpresa, durante la seconda edizione del Festival, nel 1987: in qualche modo un eterno ringraziamento per avere dato credibilità e valore ad una idea che appariva quantomeno stravagante: riempire la città con i musicisti di strada.
Trent’anni dopo quello che era un evento rivoluzionario è diventato quasi routine, per la nostra città. Certo un evento in costante cambiamento: da quest’anno non c’è l’entrata con l’offerta libera, per favorire la ricompensa a questi artisti che appoggiano il cappello per terra, per una donazione o l’acquisto di un cd.
E sicuramente nessuno fino a pochi anni fa chiedeva un like su un social network prima o dopo un brano o uno spettacolo di intrattenimento, come succede oggi.
Anche la città è cambiata: quest’anno si suona ad esempio anche in piazza Verdi, da poco inaugurata e nuovo spazio del ritrovo serale, con annessi problemi e discussioni.
Fino a qualche anno fa, caro Festival, ti estendevi su un territorio ampio, fino a quel sottomura che si accendeva parallelo nel mese di agosto nelle sue diverse declinazioni, da quella giovanile, pulsante e quasi senza controllo (il Buskergarden) a quella più istituzionale, il Ferrara Music Park.
Ora invece sembri abbracciare in tutto e per tutto il centro storico, compreso il cortile del Castello Estense, che rimane il centro informativo e la chiusura naturale di ogni serata allo scoccare della mezzanotte, per dare il via a quelle sessioni libere che da sempre fanno parte del programma. Appari più raccolto, più istituzionale, o forse solo meglio organizzato e allo stesso tempo meno istintivo: lasci l’idea che sia tutto ben gestito con spazi e tempi, ecologico e portatore di una gestione compatibile con la città. Magari questo ti concede meno libertà, un pelo meno di energia, ti fà sentire meno libero di travolgere le vie con una esibizione mai vista.
Ma forse siamo solo cresciuti noi, noi con te, con la stessa sensazione di quella fiera di paese che da piccoli sembrava l’evento più importante della città e che da grande appare un’abitudine come lo scorrere dei giorni, da guardare con leggerezza.
Pensavo queste cose di te. Poi ho avuto modo un’oretta di camminare per un’oretta da solo, per le vie del centro. Avevo, inizialmente, l’idea di raccontare le storie delle persone dietro gli artisti del Festival, più che la musica che producono: quella nasce e muore in strada, come deve essere. Ho capito però che volevo raccontare il tuo profumo, l’aria frizzante, l’energia: quel qualcosa nell’aria.
Perché ci sono due attori in questo Festival: gli artisti e il pubblico. E allora ho capito perché vieni a farci visita ogni anno.
Vuoi farci sentire sereni e aprire gli occhi.
È un periodo strano questo, dominato da paure, da risposte incerte, da proclami forti che tendono ad alimentare le nostre insicurezze. È un’epoca in cui si creano bisogni, invece di risposte alle necessità, perché abbiamo smarrito le nostre ideologie e non rimangono che minacce, ansie, timori.
Poi arrivi tu.
Chi vuole si siede o rimane in piedi, in un semicerchio che distanza di pochissimi metri pubblico e artista, le prime file quasi sempre piene di bambini, dietro genitori, turisti, cittadini. Il codice non scritto che prevede l’applauso prima, durante e dopo. I più piccoli che portano le monete dentro al cappello con un grande gesto solenne, un dono ad uno sconosciuto che ha portato la propria arte. Durante i numeri di piccolo circo, piccola magia o umorismo spesso senza parole, si trova sempre qualcuno disposto a mettersi in gioco, a farsi prendere in giro diventando protagonista dell’esibizione di qualche sconosciuto.
Quando ci ricapita di lasciar succedere queste cose?
Tutti gli anni, caro Festival, ci racconti di una città o di una nazione ospite, una piccola frazione di mondo che atterra in piazza. Una piccola frazione del panorama di gruppi originali e cover band, di suoni mainstream o strumenti incomprensibili, di voci diverse, di tempi musicali impensabili per una radio. Di contaminazioni poi: quanti gruppi che portano sotto al loro cartello due, tre, quattro nazionalità. Piccole orchestre che suonano un pezzo folk che ricorda l’Irlanda e sotto trovi scritto Ungheria. Non c’è una nazione o una città ospite: c’è il mondo, tutto assieme.
Ma quel pubblico applaude, ride, tiene il tempo, passeggia, vive. E ti dicevo, in questa epoca è importante semplicemente che tu esista, per quanto imperfetto e per noi di Ferrara, magari, scontato. Non siamo più abituati alla leggerezza, ad abbracciare suoni e costumi diversi.
A riunirci vicini in pochi metri, senza sapere nulla di chi sta attorno. Non siamo più abituati a voler scoprire qualcosa di nuovo, ad aprire la mente e il cuore.
Per i bambini, poi è una festa: è un arcobaleno di suoni e colori, di una città che diventa campo giochi, bambini che cresceranno e forse saranno persone migliori di noi, stizziti e avviliti, che passiamo il tempo a raccontare di un futuro scuro, invece di fare sì che il presente sia migliore.
Caro Buskers Festival, sei parecchio grande ormai. Trentadue edizioni sono una responsabilità e le migliaia di persone che intrattieni ogni sera ora hanno in mano un telefono, con cui registrano tutto quello che succede e lo portano in giro per il mondo ad un pubblico molto più ampio.
Quando sei partito il mondo era diverso, noi eravamo diversi. Eppure le nostre rette rimangono incidenti, ci siamo incontrati anche quest’anno. E vogliamo continuare a farlo, con il sottofondo ironico di chi dice ogni volta “ecco che arrivano anche quest’anno”.
Perché io le ho viste quelle facce, felici, le ho sentite applaudire, quelle mani, li ho visti ballare, quei piedi. Ed era un tuo merito.
Classe 85, vive a Ferrara da vent’anni. Secondo il profilo ufficiale è Infermiere, nel contempo si occupa da anni di giornalismo con l’idea di cercare di raccontare il mondo da una angolazione sempre nuova, con spirito critico ma rivolto al meglio, al domani e al possibile. Ha scritto un romanzo, si chiama “Sfumature” e si occupa di musica con una newsletter settimanale, live report e altro.Qui su Filo, articolo dopo articolo tenta di costruire un mondo più informato, consapevole ed ottimista o, almeno, aderente alla realtà.

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