Leggi il primo capitolo di “La tredicesima musa”, dello scrittore Carlo Degli Andreasi
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Leggi il primo capitolo di “La tredicesima musa”, dello scrittore Carlo Degli Andreasi

Un delicato abominio, l’ennesimo viaggio-racconto di cui non si avverte la necessità, un esercizio d’arbitrio
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In collaborazione con Edizioni La Carmelina vi proponiamo l’incipit del nuovo libro di Carlo Degli Andreasi, “La tredicesima musa”, che sarà presentato in Biblioteca Ariostea martedì 26 marzo alle 17.

Questo romanzo è un delicato abominio, è l’ennesimo viaggio-racconto di cui non si avverte la necessità, un esercizio d’arbitrio, una nuvola di parole inconsistente come il fumo; lo stesso fumo che dai sigari rituali dei sacerdoti Maya, saliva agli spiriti divini per portare loro una preghiera. Un’epoca, la seconda metà degli anni 70 del XX secolo; un’età, i 18 anni del giovane improbabile Odisseo; un luogo non-luogo, Genova, limite oltre il quale si apre solo un mare “mentale” con le sue sirene. Il viaggio e la notte sono inscindibili in questo racconto-arca, dieci ore di tragitto interminabili tra la metafisica Ferrara e l’inesplicabile Genova, una “via crucis” pagana fatta di attesa di coincidenze e ritardi incomprensibili. Un viaggio in treno, ma forse è meglio dire un viaggio su binari, per quel senso di inevitabile ed obbligato che riassumono in sé un itinerario, per l’appunto, che si dipana nell’arco di una notte per andare da “lei”. Infine si presenta lei “la fine del tempo” con la sua sensualità, le sue sigarette Turmac, i suoi occhi di specchio d’argento.
L’autore dice di sé: “La mia origine da due famiglie, una toscana e l’altra ferrarese entrambe antiche, sono tutt’ora motivo di complessità nella mia immaginazione che mi sostiene in ogni azzardo. A mio padre devo l’amore per la lettura e il piacere di generare racconti. La Letteratura è una nave e al contempo il mare che solca, è un viaggio inquieto che ho intrapreso dalle prime letture, un viaggio che continua imprevedibile. Sono un estimatore del pensiero libero da vincoli razionalisti o metafisici, perché credo nella “complessità”, nella forza del simbolo e della metafora. Sono assertore che in ogni evento esiste un equilibrio, una forma aurea, percepibile a determinate condizioni, nascoste in tutta evidenza dal divino prestigiatore, a noi il piacere della rivelazione.”


Cap. 1

G R A A L

In una sera di novembre del 1977, in un punto qualsiasi della tratta
Parma – Genova….

“Bello!” Un pensiero rapido e fuggente come le ombre imprecise che scorrono al di là del finestrino.

“Sì, bello! Quasi un Dio pagano”.

Un tremore lungo la schiena.

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“No, meglio! Un eroe della saga dei Nibelunghi”.

L’immaginazione verifica.

“No! Bello e nobile come un Cavaliere di Camelot”.

Ma chi è il più nobile? Lancillotto? No! Si è compromesso per una donna.

Re Artù?Si è fatto travolgere dal suo stesso potere. Nemmeno lui…

Ah! Ci sono. Sì! Parsifal. Limpido, puro, incontaminato dalle bassezze della vita. Lui ha colto il Graal, solo lui.

Meravigliosa nobiltà ad un passo dall’assoluto.

Lui ha sperimentato un mondo semplice dove la meschinità e la miseria dell’animo stavano a capo chino e non avevano neppure l’ambizione di interferire.

Ma oggi…

La melma del quotidiano soffoca ed esige prostrazione.

La schiena fatica, sotto il peso delle facezie, a rimanere eretta.

Luridi filistei!

Tutto si compra e si vende, il denaro è l’unico parametro e fine per que­sti esseri pigolanti dai gesti e dai pensieri scimmieschi.

In centomila in uno stadio a patire d’una cretineria sciupando la vita.

Con che diritto, maledetti, ne fate un uso così vile!Meritate forse di vivere? Putridume di banalità, con le vostre sozze mani agguantate malamente questa energia preziosa e la dilapidate nella volgarità.

L’immagine di voi plebei è espressa perfettamente da quel gorilla, visto a suo tempo in uno zoo, spelacchiato e sudicio, che per sollazzo si infila­va un dito nel culo e poi avidamente se lo succhiava.

Genia schifosa, altro che popolo!

Bello! Lo sguardo terso e ispirato e ad un tempo tagliente, le sopracci­glia regalmente inarcate, una ricca chioma di capelli lisci castano chia­rissimi, la mascella ben delineata fin sotto il mento, la bocca, di morbido aspetto, appena un poco rossa, sta ben collocata sotto il naso volitivo.

Un attimo di imbarazzo temendo che gli altri viaggiatori notino la mia attenzione ammirata.

Poi lo sguardo torna a indugiare sull’incerto specchio, mentre luci gialle sfrecciano nel buio.

Giubbotto di pelle nera con colletto di pelo, “pelo rimando eccitante”. Una candida camicia, pantaloni neri, stivaletti a punta, eleganti.

“Bello! Sì, sono bello ed evidentemente superiore”.

I miei compagni di viaggio, invece, che tristezza!

Per impeto divino violenterei volentieri quella madre di famiglia così paga della sua pochezza.

Chissà quale bellezza potrebbe esprimere quel volto insignificante con un cazzo nel culo oppure in bocca?

Sarebbe una vittoria dell’energia vitale sul buio, sul nulla.

E quel quarantenne? Senza colori o geometrie.

Lo vestirei da ussaro e, in groppa ad un cavallo tigrato dalle bardature, lo vedrei con piacere lanciarsi vittorioso all’ultima carica urlando fiera­mente la sua morte.

Finalmente al di sopra del tempo.

“Tortona si cambia”.

Dietro al finestrino passa il cartello blu e bianco della stazione.

Senza alcuna fretta lascio svuotare lo scompartimento, poi, mantenendo una distanza nobilmente infastidita dagli altri viaggiatori, scendo dalla carrozza.

Sono l’ultimo ad allontanarmi dal treno, qui tutto ha un che di rassegna­to.

Non v’è gaudio né dolore nel partire, tanto meno l’ansia animante del­l’arrivare.

È come in un tubo dove scorre acqua.

Ma non per me! Ho il piacere di perdermi in questo posto come in infiniti altri.

Maledetto mondo, maledetto tempo e stramaledettissime unità di misura di qualsiasi genere.”

Io! Sono vivo, adesso come fosse sempre.

Dio dei cristiani, dei musulmani, degli induisti e di tutti gli altri babbei la­gnosi, che fai? Sei al bar? 

Se devo immaginare un Dio convincente sicuramente è un tizio di 18 an-ni, come me. Forse a diciannove sarò anch’io un babbeo.

Ma adesso… i miei passi verso l’uscita cadenzano un flamenco-viennese.

Il flusso dei viaggiatori dalla stazione si disperdenella città buia ed umida.

“Giardinetti da girone infernale, sicuramente se spezzo la fronda incolta da quella siepe, sanguinerà.”

Due ore di tempo da perdere in attesa della coincidenza per Genova.

Un vuoto pneumatico mi estrae sensazioni. Non mi stupirei di vederle manifestarsi come fluidi di ectoplasma.

«Biondino, ce le haicinquemila? Ti faccio divertire!».

Una donna, sembra grigia e fradicia come il paesaggio. Avrà vent’anni, ma ne dimostra quaranta e mi sa che si buca.

Metto mano all’interno del giubbotto e le allungo le “cinque” dicendole:

«No, grazie! Risparmiati».

Un attimo di stupore, poi una fiammata di energia furente illumina la sera:

«Finocchio, bastardo, figlio di una troia, prendilo nel culo, va a cagare, dallo da mangiare ai topi!».

Poi con le “sue” cinquemila si dilegua.

Le luci di un bar nel frattempomi attirano, varco la soglia con una smodata voglia di caffè. L’insignificante figuro dietro il bancone mi fornisce il caricatore di energia.È un caffèdal sapore di muffa.

Pezzo di guarnizione di gomma.Fondi. Un vero schifo.

Flipper. Din-din, track-track, pum-pum.

Cassa. Pago. Gettoni.

Telefono: «Pronto? Ciao, sono a Tortona…Sì, non vedo l’ora…Ti amo, ciao!».

E adesso? Che fare?

Fatalmente mi incammino verso la stazione.

Il senso di vuoto si stempera solo quando mi approssimo alla sala d’atte­sa della seconda classe.

“Nessuno” penso con sollievo.

Entro e trovato il posto più comodo, tanto da poter appoggiare i piedi, ne prendo possesso.

Il piacere del silenzio e della solitudine muta rapidamente in uggia.

Rivolgo l’attenzione alla sala che a prima vista appare vuota; eccetto per una alterazione dell’ombra su un sedile della quarta fila, il sesto da sini­stra. Inveroinvero una piccola presenza.

Comunque l’unica oltre la mia.

Con curiosità mi alzo e raggiungo il sedile.

Vi è appoggiato un fascicolo dalla copertina nera lievemente maltratta­ta. Un’etichetta adesiva consunta ed illeggibile fa da titolo.

Sul pavimento di marmo chiaro, sotto il sedile, due cicche di Turmac bianche macchiate di rossetto rosso vermiglio e un bicchiere di carta se­mivuoto, adorno di morbide impronte rosse.

Un che di disagevole mi pervade quando le mie dita si chiudono sul dor­so del rilegato.

Con lieve trepido lo sfoglio all’araba.

Scorrono i fogli dattiloscritti come un piccolo vortice bianco che si esau­risce all’improvviso con la copertina.

Accompagnato da madama Curiosità, ritorno al mio scranno-rifugio, dove ritrovata la posa ottimale mi sottopongo alla lettura.

Solo un pensiero mi resiste:

 “Come si sente la mosca caduta nella tela del ragno? Forse a suo agio perché la sua natura prevede una simile sorte e nel fondo del suo essere qualcosa si placa, si completa; ma nel contempo si esaspera il senso del­l’esserci e tenta disperatamente la fuga. La lotta comunque è impari, ben due trappole dentro e fuori la mosca ne rendono impossibile il successo.”

“Non sento né upupe né gufi

 Fantasmi del pensiero

 Sibilo vasto della pioggia

 Un luogo tutti i luoghi

 Mai un luogo qualunque

 Binari lucidi protesi nel buio

 Non conosco la parola “destino”

 Il destino conosce il mio nome

 Il mio nome è Nessuno

 Il fatuo ciclope tace ed osserva

 Semaforo rosso nel buio”

    

P E N S I E R I   S P E R I M E N T A L I

(È il titolo del primo dei capitoli del fascicolo che mi accingo a leggere.)

Semaforo rosso! Piove.

I tergicristalli oscillano ipnotici.

Il motore, al minimo, fa le fusa.

Un grigio vuoto.

La radio trasmette un concerto di classica; autore “Franz”, direttore “Herbert”.

La conosco! È di una volgarità rozza, ma ha il potere di sedurmi.

Ben altro sono le opere di “Ludwig”. Razionalmente lo so, ma questa di “Franz” mi rimescola l’animo.

Rosso! Piove.

Perché non fare quel gioco che inventai da ragazzino?

Ma sì! Chi se ne frega.

Accetto l’ipnosi e mi lascio andare al flusso della musica.

Vedo con l’immaginazione e lascio la mente reagire in sintonia con le note.

Ecco il crescendo. Arriva, arriva… aaaah! Un infinito, vertiginoso prato verde.

Ecco l’adagio.

Ora plano su un maestoso fiume di acqua azzurra.

Riesplode il crescendo…aaaah! Mi toglie il fiato.

Un esercito immenso emerge da dietro le colline ed invade la pianura.

Pianissimo! Un deserto sconfinato, silente e nobile.

Un senso di languore mi pervade.

Ricordo quando quel giorno, io dodicenne, facendo lo stesso gioco, ave­vo sperimentato un viaggio usando l’equazione “OLTRE”.

Come una infinita matrioska, mi ero immaginato il contenitore contenu­to nel contenitore che è contenuto.

Universi compresi in universi dentro altri universi.

Perché, adesso, non invertire il viaggio?

Nuova equazione: “ENTRO”.

Inizia il viaggio e la musica diviene remota. Si affievolisce e scompare.

M’immergo in uno spazio turchino privo di riferimenti.

Poi, man mano, mi vengono incontro figure, sensazioni e odori. Alcune sono percezioni a me note, volti e fatti della mia vita, caposaldi della memoria. Altre mi sembrano inedite, forse risorse del subconscio.

Ad un tratto una di queste figure si rivolge a me.

È me stesso a dodici anni.

Capisco che è (sono) in viaggio nella direzione opposta alla mia (sua) da quel giorno del gioco. Con espressione sgomenta, che mi intenerisce, cerca (cerco) di impedirmi (impedirsi) di proseguire nell’ENTRO.

Allontano da me la figura con ferma gentilezza.

Proseguo.

Ecco un riferimento nell’azzurro, un punto di vuoto d’un nero assoluto.
Là sto andando. Lo spazio, che mi circonda, si raccoglie dietro di me in forma di vortice.

Ormai è una caduta.

Una nuova presenza, la più struggente. Me stesso a due anni.

La sfioro appena.

Ora i seni enormi, saporiti di latte di mia madre mi avvolgono e, turbi­nando con tutto il resto, giungono con me sulla soglia del nero orifizio. Poi, una dolcezza infinita!

Verde! Piove.

Andante con moto, “Herbert” è all’apice, perfetto e grandioso.

Qualcuno, imprecando sotto la pioggia, apre la portiera sinistra dell’au­tovettura.

Tace sorpreso.

Sul sedile del pilota, vestiti da uomo vuoti e, sotto i pedali di guida, scar­pe inglesi con calze.

Dalla radio applausi.

GRAAL – 2

Lo sferragliare di un convoglio merci mi distrae dalla lettura.

L’edificio della stazione vibra al passaggio del mostro di ferro.

Dalla vetrata, che separa l’attesa di seconda classe da quella di prima, noto la presenza di un viaggiatore.

È un uomo di mezza età, ben vestito, che attende, come me, alla lettura. Tiene tra le mani, ben dispiegato, un giornale finanziario. È un monu­mento, geometricamente equilibrato, che esprime spazialmente una certezza, concreta ed autorevole.

Eppure intuisco in lui una nascosta complessità.

Un nuovo attore, come in un quadro di Hopper, entra nella sala di prima classe.

È una donna. Riconosco in lei la prostituta vittima della mia gentilezza.

Si avvicina all’uomo che abbassa la barriera di carta stampata per valu­tarla.

Parlano.

Dai gesti della “venere spenta” capisco la natura del dialogo.

L’uomo perde compostezza con un gesto volgarmente allusivo.

Insieme escono dalla sala illuminata e svaniscono nel buio del piazzale.

Nel fondo, tra il cuore e lo stomaco, avverto disagio.

Per placarlo riprendo il mio viaggio di parole…

“Piacere

 Dolore

 Armonie di spine

 Giorni feriti dalla bellezza

 Bramosia del sublime” 

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