Elogio di inquietudine e sincerità: Emidio Clementi e Federico Fiumani si raccontano
Giovedì, 3 Aprile 2025 - 274 anni fa nasceva Antonio Francesco Campana, fisico

Elogio di inquietudine e sincerità: Emidio Clementi e Federico Fiumani si raccontano

Intervista (o forse) dialogo e viaggio nell’ intimità del mestiere del cantautore
Foto Eugenio Ciccone
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In un certo senso sia Emidio Clementi (Massimo Volume) che Federico Fiumani (Diaframma) sono interpreti di una proposta musicale dissonante: voce, chitarre distorte, un rock oggi fuori tempo, loro croce e fortuna. Per tutta la prima parte della loro duplice intervista, primo appuntamento del M.I.L.F. Music Industry Live Festival che si è tenuto all’Arci Contrarock di Contrapò sembrano invece in sintonia, come due vecchi amici, ognuno in realtà sostenitore e amico dell’altro. Sembrano quasi condursi da soli, fare diventare l’incontro, sulla scrittura e composizione della musica, lo spazio per parlare con l’altro e dell’altro, senza forme di protagonismo, con reciproco piacere.

Poi succede: come una corda della chitarra che si rompe, come un melodia banale che s’inerpica su un territorio impensato. Succede che la visione comune si spezza, per un attimo, alla parola “privilegiati”. Curiosamente, parola moderna, che crea dissonanza ovunque. Si spezza l’asse dell’equilibrio, quando Clementi parla della fortuna, di poter avere comunque vissuto facendo della propria arte il proprio mestiere.

No – dice Fiumani – non siamo fortunati, siamo maledetti. Non siamo fortunati, siamo svantaggiati, costretti a creare, a liberare energie creative senza sapere se quello che stiamo facendo è giusto. Se il disco funziona. Se la melodia è indovinata, se le parole colpiscono al cuore. Viviamo l’incertezza, senza orario, senza cuscinetti di sicurezza.

Clementi, più compassato, gli occhiali, il cappello, la giacca indossata almeno all’inizio e una presenza meno istrionica, prova a rispondere con l’orgoglio, con la sensazione di avercela fatta, con l’idea che il proprio lavoro abbia comunque funzionato, perché ora, dopo qualche decennio, siamo qui a raccontarlo. No, scuote la testa Federico Fiumani: siamo maledetti. Esprime decadenza, racconta la liberazione dei giorni senza impegni, la bellezza dell’accettazione dell’eternità, si descrive come una meteora, schernisce sé stesso e la propria discografia: non sono uno scrittore, non mi vedo alla voce, la canzone è comunque una poesia di serie b, maggiormente accessibile rispetto ad forme artistiche di qualità maggiore.

Foto Alessio Falavena

Eppure, nel giardino di Contrarock ci sono due leggende del rock italiano e non si tratta di una iperbole, in questo caso: due band seminali e già storiche, ancora vive a raccogliere la seconda generazione delle persone a cui hanno fatto svoltare la vita. Clementi dice che Siberia, primo disco dei Diaframma, suona esattamente, in tutto e per tutto come quello che avrebbe voluto fare lui in quel momento, lui più giovane di qualche anno, che avrebbe colpito il decennio successivo della musica italiana.

Entrambi raccontano con rara nudità la loro scrittura. Diverse sono le similitudini: non nascono cantanti (e allora uno urlerà, l’altro declamerà), entrambi sono di formazione maggiormente letteraria che non musicale, entrambi soprattutto – questo li rende speciali – gettano con completa sincerità sé stessi nelle proprie canzoni. Parlano di persone, di sensazioni, di ricordi, di emozioni.

C’è un programma, su Radio 24, chiamato “Come nasce una canzone”. Mi è capitato di ascoltarlo e di sentire parlare di un altro mondo. Di autori che scrivono canzoni e cercano una voce per cantarle. Di artisti che si ritrovano in canzoni che non hanno scritto, che le sentono proprie. Di un processo a più mani, sconosciute tra loro, che generano un prodotto. E’ il mondo mainstream, delle classifiche, delle hit, la piccola fabbrica della musica. Non c’è nulla di male, ma è anche questa una dissonanza: con i racconti di questi due autori che scherzano, si scherniscono, si raccontano e hanno una sola melodia comune: la trasparenza.

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Foto Alessio Falavena

Quando finisce l’incontro, li avvicino per fare la domanda che avrei fatto come pubblico: raccontate il paragrafo, l’estratto, il brano che vi fa venire un brivido sul palco, quello che vi mette più a nudo. Entrambi non citano niente. Dicono che sul palco riesce a diventare lavoro, mestiere. Che è una performance e che anche il brano più sentito e vero poi sul palco è mestiere. Ma è il prima e il dopo, mi dice Fiumani. Il vortice di emozioni, quello che succede se c’è gente, se c’è risposta. Il fatto stesso di vivere per la gente, per comunicare a qualcuno, un atto fisico che fornisce ossigeno per combattere la sofferenza interiore. E’ quello il motivo per cui scrivono musica. Sul palco c’è la tecnica, che forse diventa scudo. Nei loro occhi, nelle loro labbra, la luce e il sorriso che si accendono al pensiero della magia del momento in cui tutto funziona.

Tra i temi che escono dalla discussione, moderata da Nicholas David Altea (Rumore) si è parlato anche di soldi e di sopravvivenza. Di lavoro e di donne, di amori e di famiglie, tematiche che si sbriciolano nelle note delle due discografie della band, fortemente legate ai due leader stessi. Fiumani, t-shirt dei Ramones, forte della sua narrazione di seduttore si lascia andare all’ironia e parla di eternità lasciando l’idea di una grande voglia di vivere. In questo giardino, baciato da un innaturale sole caldo di quasi metà settembre, due uomini di mezza età ci hanno raccontato che non hanno imparato niente sulla scrittura e composizione musicale, che hanno avuto vuoti (cinque anni per il leader dei Diaframma) e altri lavori (Clementi ha consegnato giornali a domicilio in Svezia) e che la loro musica è solo istinto, verità, suggestione e prodotto della emozioni. Non producibile se non per pura e totale necessità.

Foto Eugenio Ciccone

Rimane ai posteri un passaggio: per l’arte serve l’inquietudine. Per questo l’uomo inventa il racconto, altrimenti senza l’inquietudine nel mondo ci sarebbe solo fredda descrizione degli eventi, pura narrazione. Così ci dice Federico Fiumani, così concorda Clementi. Cercando un po’, troviamo un passaggio da un libro mai finito, di un autore portoghese, Fernando Pessoa. Lo giriamo via Facebook a Fiumani, che lo legge alle tre di notte. Non ci dice niente, ma forse non c’era altro da aggiungere.

“Considero la vita una locanda, dove devo fermarmi fino all’arrivo della diligenza dell’abisso. Non so dove mi condurrà, perché non so niente. Potrei considerare questa locanda una prigione, perché in essa sono costretto all’attesa; potrei considerarla un luogo in cui socializzare, perché qui mi ritrovo insieme ad altri. Non sono, però, né impaziente né spontaneamente naturale. Lascio a quello che sono, coloro che si chiudono nella stanza, mollemente sdraiati sul letto dove aspettano insonni; lascio a quello che fanno, coloro che conversano nelle sale, da dove musiche e voci giungono facilmente fino a me. Mi siedo alla porta e imbevo i miei occhi e orecchi dei colori e dei suoni del paesaggio, e canto sommessamente, solo per me, vaghe canzoni che compongo nell’attesa”
(Fernando Pessoa, Libro dell’Inquietudine)

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