Take it Eez-Eh, o ‘va là, vatti a vedere i Kasabian che lì fuori è un brutto mondo’
Giovedì, 3 Aprile 2025 - 274 anni fa nasceva Antonio Francesco Campana, fisico

Take it Eez-Eh, o ‘va là, vatti a vedere i Kasabian che lì fuori è un brutto mondo’

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KASABIAN – L.S.F. – Soundkeeper: Stefania Andreotti 
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Chi va ai concerti a scatola chiusa (o quasi) – per giunta scrivendo sull’argomento un articolo – dovrebbe essere quantomeno tacciato di presunzione. Perciò, quando due mesi fa ho pensato che mi sarebbe piaciuto andare al concerto dei Kasabian (complice la fascinazione che da più di trent’anni nutro nei confronti di quasi tutto quel che proviene dalla terra di Albione), ho iniziato a fare conoscenza con la band di Leicester, conoscenza che fino a quel momento era limitata a un paio di tormentoni infestanti (ce ne fossero!) quali Underdoge L.S.F.. Mentre cercavo di colmare le lacune, passando in rassegna i sei album che il gruppo ha sfornato in tredici anni di attività e spulciando l’Internet per storia e notizie, sono arrivate un paio di riflessioni che mi hanno fatto gradualmente cambiare rotta e veleggiare verso il rilassante e sempre troppo sottovalutato orizzonte del take it easy.

La prima è che sono sicura che anche ai più fottuti di musica sia capitato almeno una volta nella vita di presenziare a un festival conoscendo meno dei due terzi dei gruppi in cartellone se non per sentito dire o per smozzicate opinioni di corridoio. La seconda al netto dei Riccardoni che vanno cinquantasei volte a vedere la stessa band per fissare con occhi adoranti e vitrei la pedaliera del chitarrista, e purtroppo al netto di chi (dati i prezzi spesso esorbitanti) non può sempre permetterselo –, è che da un po’ di tempo in qua ho l’impressione che si sia perso per strada il gusto di andare ai concerti per semplice curiosità, per farsi sorprendere ma soprattutto per DIVERTIRSI.

Perché ho scritto DIVERTIRSI a lettere cubitali? Perché, alla faccia di chi da anni (sad but true) ama ancora deprimersi con melodie postpostpostpostpost… (ad libitum) e/o piangere su gruppi melensissimi dai nomi pucciosissimi (cit.), i Kasabian si divertono, e di conseguenza fanno divertire.

Malgrado gli indiemagazine continuino prevedibilmente a strapazzarli con reviews forcaiole, considerandoli relitti fuori moda e trovando di gran lunga più interessante e in linea con il viziato e grottesco selfie-presenzialismo di questi tempi giustificare il panico da concerto dello Young di turno e l’essere veramente punk della M¥$$ di Porta Venezia, la band di Leicester continua imperterrita, con una cazzimma degna della migliore italianità mista alla ben nota insolenza Brit alla quale ci hanno abituato i gruppi della Madchester del bel tempo che fu, a produrre il suo “unfashionable electro-based rock”.

E alla fine è successo. Mi sono divertita. Niente per cui strapparsi i capelli ma che mi ha fatto muovere i piedi mio malgrado (soprattutto su Eez-ehe Re-wired, tanto tamarre quanto eccezionalmente ben confezionate), chinarmi per poi scattare in piedi insieme a tutto il pubblico su esplicita richiesta di Serge Pizzorno durante l’ultimo encore (Fire), accendere un Clipper solitario e dimostrativo su Goodbye Kiss – che per quel che ho potuto vedere piace a tutti ma proprio a tutti, anche se a me fa venire in mente quella patetica, terribile hit dei Keane di qualche anno fa – a ricordo dei concerti senza telefoni (mezzi infernali!), un po’ frastornata da volumi a cui non sono più abituata e forse in qualche modo affascinata da una modalità da palco che non vedevo da parecchio tempo.

Perché i Kasabian, conoscitori e rispettosi del mainstream e della tradizione del classic rock – che contaminano di volta in volta con beat alla Prodigy, accenni di rap, riff alla Pulp o alla Inspiral Carpets e improbabili trombette spagnoleggianti che non so perché stupidamente associo sempre ai Love di Arthur Lee – , inglesi fino al midollo, con la loro ostinata fede anti-indie e un’indiscussa e indiscutibile venerazione per Liam Gallagher, a modo loro sono ancora delle rockstar. Però delle rockstar da porta accanto, dei compagni di feste, di stadio, di bevute. Insomma, nella miglior tradizione albionica, dei “24 hour party people”.

Mi sono anche detta che forse è solo perché non ho avuto tempo di annoiarmi, ma invece no. Pochi fronzoli, attitudine da vendere. Set potente – la base ritmica è solidissima – e ben calibrato anche se breve, un’ora e mezza o poco più, con una scaletta pressoché identica a quelle delle altre date del tour italiano – se si esclude La Fée Verte, o “I Beatles in noi”, graditissima e infilata a sorpresa tra Man of Simple Pleasures e Club Foot. Quattordici pezzi (quasi tutti singoli), quattro bis (tra cui ha spiccato per sfacciataggine Vlad the Impaler, contaminata dal riff di Sound of da Police).

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Menzione speciale per Serge Pizzorno, acclamato dal pubblico, che prova senza riuscirci un granché a presentare la band in italiano e a fine concerto si aggira simpaticamente sul palco con il tricolore sulle spalle. Sui pezzi più scalmanati fa praticamente finta di suonare la sua Rickenbacker per poter di volta in volta cantare, incitare il pubblico, amoreggiare (è il verbo giusto perché si vede che quei due si vogliono davvero bene) con chi definisce “my brother Tom Meighan”: ex belloccio, ex ribelle scapestrato, oggi un po’ Giggi il bullo, che nel frattempo fa il suo (e bene) macinando voce e chilometri sul palco.

Alla fine di tutto mi guardo intorno. La gente sembra soddisfatta, vorrebbe un altro paio di pezzi (e in effetti almeno una Shoot the Runner ci stava alla grande) ma si sa, è sempre così quando una cosa ti piace e vorresti starci dentro un altro po’. Per quanto mi riguarda, l’articolo a scatola (quasi) chiusa l’ho scritto, i Kasabian li ho visti e ho pure scoperto che le riflessioni che avevo fatto son tornate buone, anzi buonissime. Ma soprattutto, e di questi tempi postpostpostpostpost… e – IMHO (giusto per non farsi mancare niente) – parecchio tristi non è mai male andarsele a cercare, le occasioni per DIVERTIRSI. Che quando poi arrivano non annunciate è mille, ma mille volte più bello.

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